Marocco - Le Quattro Capitali Imperiali


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Questo viaggio è dedicato alle quattro città, che sono state capitali del Marocco, ciascuna delle quali offre aspetti interessanti e monumentali del proprio passato. Il percorso inizia da Rabat, l'ultima capitale politica e amministrativa del Marocco moderno poi, sulla strada verso il nord si tocca Meknès, terza capitale imperiale, e quindi Fès, la prima e più antica. Per ultima, dopo aver seguito l'Atlante da nord a sud, si visita Marrakech, la seconda capitale imperiale, la più a sud e la più fastosa dal cui nome è derivato quello del Marocco.

  La storia del Marocco musulmano inizia con l'espansione araba del VII e VIII secolo. I Berberi, popolazioni autoctone, erano in parte cristiani e in parte pagani e furono convertiti all'Islam dal mullah Moulay Idriss, fuggiasco dagli Abbasidi di Bagdad e divenuto il santo (marabutto) più venerato del Marocco. Il mullah morì avvelenato forse dagli Abbasidi (791), ma prima della morte fissò la sua capitale a Fès. Il figlio divenne sultano con il nome di Idriss II e vi costruì la Medina, o città fortificata. Intanto in Tunisia si era stabilita la dinastia dei Fatimidi e in Spagna quella degli Omayyadi e i seguaci di ambedue queste dinastie si trasferirono in Marocco influenzandone la vita politica. Dopo la morte di Idriss II e un lungo periodo di lotte, si affermò la setta religiosa degli Almoravidi subito diventò forza politica che fece di Marrakech la nuova capitale ed estese il suo dominio in tutto il Marocco settentrionale passando poi in Spagna dove assoggettò la maggior parte dei principati musulmani. All'inizio del XII secolo si affermò un'altra setta, più intransigente e ascetica, gli Almohadi, che prima si assicurò il controllo dell'Atlante e poi mosse alla conquista di Marrakech. Nel 1147 la città fu presa e saccheggiata e gli Almoravidi furono sterminati. Anche gli Almohadi passarono in Spagna contribuendo a rafforzare i principati islamici e importando in Marocco la più raffinata cultura andalusa. La struttura organizzativa dell'impero Almohade rimase, però, rigidamente tribale e non si formò una coscienza nazionale fra le differenti tribù ed etnie. Questo creò i germi della dissoluzione all'inizio del XIII secolo, quando si accesero contese interne e aumentarono gli attacchi dei beduini del deserto e dei discendenti degli Almoravidi. Intanto la Reconquista in Spagna, nel 1257, aveva lasciato ai Mori il solo emirato di Granada e nel Marocco la tribù dei Merinidi, con l'ultima dinastia berbera, riportò la capitale a Fès. Nei secoli successivi la pressione della Spagna e del Portogallo sul Marocco, dopo la fine della Reconquista (1492), contribuì a rinsaldare l'unità del paese. Al potere si susseguirono la dinastia dei Wattasidi (1420) e poi quella dei Sadiani (1549) che presero il titolo di Sceriffi o discendenti di Maometto e riportarono la capitale a Marrakech. In questo periodo il Marocco si trovò in mezzo alla contesa fra Spagna e Impero Ottomano per la supremazia del Mediterraneo occidentale e da qui la monarchia ne fu rafforzata grazie al califfo Abd el-Malik che sconfisse i Portoghesi nel 1578 in una memorabile battaglia a Ksar el-Kebir dove trovarono la morte il re Sebastiano I e il meglio della nobiltà portoghese. Il fratello Ahmed el-Mansour (il Vittorioso) avviò poi una politica di espansione nel Sahara fino a occupare Timbuctù. Seguì la dinastia degli Alauiti, avi dell'attuale sovrano, che portarono la capitale a Meknès ed ebbero il loro massimo splendore con Moulay Ismail (1672-1727), contemporaneo di Luigi XIV di Francia con cui ebbe stretto rapporti. Moulay Ismail, sovrano intelligente e crudele, ebbe nel suo harem 500 fra mogli e concubine e 800 figli, creò un esercito professionale di 150000 soldati e 12000 cavalieri, formato in massima parte da schiavi negri, gli Abidi, legati alla sua dinastia che però, dopo la sua morte, condizionarono la lotta per il potere. Il Marocco alimentò la pirateria nel Mediterraneo, ma rimase tagliato fuori dai commerci internazionali e si accentuò il suo isolamento. All'interno l'arretratezza delle campagne, le discordie tribali e la pressione del colonialismo francese, che aveva già conquistato l'Algeria (1830), cominciarono a minacciare la sua indipendenza. Il primo scontro con i Francesi avvenne a Isly il 14 agosto 1844, il sultano fu sconfitto e dovette aprire il paese alla penetrazione economica europea. Furono iniziate riforme, ma di fronte al loro progressivo fallimento, l'atto di protettorato del 1906 diede a Francia e Spagna libertà per la loro penetrazione politica ed economica che proseguì nei decenni successivi, giustificata dalla turbolenza delle popolazioni berbere. Dopo la seconda guerra mondiale, il sultano Mohammed V si mise a capo del movimento d'indipendenza, ma fu esautorato dai Francesi, con l'appoggio di alcuni capi berberi, e mandato in esilio nel 1953. La sua popolarità però aumentò nei maggiori centri urbani e nelle campagne provocando un'estesa sollevazione che costrinse la Francia a liberare il sultano e, nel 1956, fu concessa l'indipendenza al Marocco. Mohammed V, morto nel 1961, è considerato il padre dell'indipendenza, gli è successo il figlio Hassan II morto a sua volta nel 1999. Oggi regna Mohammed VI che ha 38 anni.



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