India - Aurangabad, Ellora e Ajanta


A poco più di 400 km da Bombay, verso nord-est, inizia un percorso nell'altipiano del Deccan all'interno dello stato del Maharashtra dove, entro un raggio di circa 100 km, si possono visitare la città moghul di Aurangabad, il più grande centro nel nord dello stato, con i suoi storici dintorni e i due famosi santuari rupestri di Ellora e Ajanta.

AURANGABAD E DINTORNI

Aurangabad, fondata con il nome di Khadke all'inizio del 1600, ha preso il nome dall'ultimo grande imperatore moghul, Aurangzeb, che vi trasferì la sua capitale, per essere più vicino alle zone di recente conquista e controllare le turbolente tribù dei Maratha. Dopo la morte dell'imperatore s'insediarono come governatori i Nizam di Hyderabad che si appoggiarono agli Inglesi contro i Maratha e conservarono il potere fino all'Indipendenza. 

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Mausoleo Bibi-ka-Maqbara.
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Santuario musulmano
Pan Chakki.

 

Aurangabad è oggi una città di provincia, nota soprattutto come punto di partenza per la visita ai santuari di Ellora e Ajanta, ma è interessante per aver conservato la sua impronta islamica e per alcuni monumenti del periodo Moghul. Uno di questi è il mausoleo Bibi-ka-Maqbara, costruito nel 1677-79 in memoria della prima moglie di Aurangzeb, ma volendo imitare il Taj Mahal di Agra, si è ottenuta solo una sua brutta copia. Non lontano si trova un santuario musulmano, eretto nel 1624 con una moschea e una tomba, dedicato a un pio derviscio che era stato la guida spirituale di Aurangzeb. Il complesso si trova vicino a un piccolo fiume e comprende un antico mulino usato per macinare la farina dei religiosi e chiamato popolarmente Pan Chakki. Intorno alla moschea si trova un bellissimo giardino mongolo con un bacino e un enorme baniano sacro, vecchio di 300 anni. 
Nei dintorni di Aurangabad vi sono anche numerose grotte buddhiste.  

  A 14 km da Aurangabad si trova l'antica fortezza di Daulatabad, realizzata dai sovrani hindu locali del XII e XIII secolo tagliando verticalmente i fianchi di un'altura di granito lungo tutto il perimetro e costruendo la città fortificata. Nel 1294 il sultano di Delhi della dinastia dei Khalji la saccheggiò, più tardi il sultano Muhammad Tughlaq volle trasferire la capitale da Delhi a Daulatabad al centro dell'India, per rafforzare qui il suo dominio, e nel 1327 costrinse la popolazione a evacuare Delhi ed emigrare nella nuova sede. A migliaia morirono durante la strada e i superstiti furono decimati dalle malattie; infine il sultano rinunziò al progetto e tornò a Delhi. In seguito la città fu sede di una dinastia musulmana indipendente e nel 1700 fu presa dai Maratha. 
  La fortezza impressiona per la sua massa scura e l'enorme lavoro fatto per tagliarla nella roccia. Una cinta muraria delimita il perimetro dell'antica città. Nel blocco centrale c'è un tunnel elicoidale scavato nella roccia con una scalinata che permette di salire fino alla sommità del forte. 


FORTEZZA DI DAULATABAD

A sinistra, la fortezza che si presenta come una piramide di granito con pareti verticali lungo tutto il perimetro.
A destra, i bastioni d'ingresso alla fortezza.

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Nel Maharashtra vi sono più di 300 fortezze, sparse sulle creste dei monti e sopra le scogliere a picco sul mare. Costituiva il sistema difensivo dei Maratha, la potente confederazione che resistette a lungo, prima ai musulmani e poi agli Inglesi, fino al 1818.

 

ELLORA

Circa 29 km a nord-ovest da Aurangabad si trovano le celebri grotte di Ellora che costituiscono uno dei documenti più spettacolari dell'arte indiana, opera colossale di artisti sconosciuti che lavorarono per 500 anni fra il V e il X secolo dopo la costruzione delle grotte di Ajanta. Le grotte si sviluppano lungo una fronte di circa 2 km, numerate in modo crescente da sud a nord e sono 34, divise in tre gruppi secondo la comunità religiosa cui appartenevano. Il più antico è quello delle grotte buddhiste che sono le prime 12, poi vengono quelle delle comunità hindu, che sono 17 e anche le più maestose, e infine le 5 grotte jain. Le grotte testimoniano anche il clima di tolleranza che regnava fra i seguaci delle tre religioni vissuti a fianco a fianco durante tutto questo periodo. 


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Grotta n. 5 - Monastero buddhista.
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Grotta n. 5
Pilastro scolpito.

Le grotte buddhiste furono realizzate fra i secoli V e VIII, nel periodo in cui, a partire dal VII secolo, si assiste al tramonto del buddhismo in India. Tutte le grotte sono dei monasteri (vihara) ad eccezione dellan. 10 che è un santuario (chaitya). 

La grotta n. 5 ha un ingresso con 4 pilastri (visibile dietro la cascata) e l'interno ha una grande sala a pianta basilicale di 36 m di lunghezza, tutta scavata nella roccia basaltica, divisa in tre navate da due file di 8 pilastri e con panche di pietra, che doveva essere utilizzata per le riunioni della comunità e le cerimonie.  

La grotta n. 10, è uno dei migliori esempi di santuario con una costruzione elaborata costruita forse all'inizio del secolo VIII. Il tempio è preceduto da una corte con una galleria superiore; all'interno c'è una sala lunga 25 m e larga 13, divisa in tre navate da due file di colonne ottagonali che sorreggono una volta a nervature e queste sembrano sorrette da sculture rappresentanti i Naga, gli antichi idoli a forma di serpenti dell'India dei Veda. Nel fondo della navata centrale c'è un blocco monolitico a forma di abside in cui è scolpito il Buddha alto 3,3 m, sotto un arco di ninfe celesti, che qui è venerato come signore della parola, della saggezza e delle scienze. 


GROTTE BUDDHISTE

A sinistra, esterno della Grotta n. 10 - Santuario buddhista.
A destra, interno della Grotta n. 10 - La navata centrale con il Buddha scolpito nell'abside.

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Interno della Grotta n. 12 - Buddha.

La grotta n. 12 è uno dei monasteri più recenti con due piani oltre a quello terreno; è ricca di sculture che rappresentano il Buddha, i Bodhisattva e personaggi del pantheon buddhista, molti di genere femminile.  

La statua del Buddha nel piano intermedio si presenta con le gambe incrociate e le mani in grembo che volgono il palmo verso l'alto nell'atteggiamento della meditazione.  
Ai due lati vi sono due figure di bodhisattva. Le 17 grotte hindu sono numerate dal 13 al 29 e alcune sono monasteri buddhisti trasformati in templi hinduisti; vi predomina il culto shivaita, anche se sono presenti le raffigurazioni di Brahma e Vishnu. 
Di tutti, quello indicato con il n. 16 è il monumento più importante e grandioso, chiamato Tempio di Kailasa, nome della montagna sacra, centro del mondo e dimora di Shiva. Il banco di roccia è stato tagliato in profondità e il tempio portato alla luce e scolpito in più blocchi asportando 150000 tonnellate di pietra. 
I canoni dell'architettura sono quelli dravidici dell'India del sud.  
L'opera fu iniziata a metà del secolo VIII e fu completata nel corso di un secolo. Oltre ad essere un capolavoro fu anche espressione della potenza delle dinastie locali nella competizione con i vicini. 
L'entrata monumentale sul lato ovest è un portale a due piani; segue una corte, con due elefanti monolitici ai lati, e al centro la cella- santuario del toro Nandi affiancata da due pilastri portastendardi alti 15 m, tutti meravigliosamente scolpiti. Segue il blocco principale che rappresenta la montagna sacra, alto 33 m con la torre (shikara). Sul muro nord c'è un fregio che riproduce i grandi temi della tradizione hinduista tratti dal Mahabharata e del Ramayana.  
Intorno al tempio c'è un deambulatorio che formava il fossato ed era percorso dai pellegrini scendendo dalla montagna sacra. Nelle pareti che circondano lo scavo, sono state praticate, in tempi successivi, altre sale a più livelli con colonnati e tempietti. 

TEMPIO DI KAILASA

  A sinistra, la cella santuario di Nandi con uno dei pilastri portastendardo.
  A destra, il blocco principale che rappresenta la Montagna sacra.
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TEMPIO DI KAILASA

A sinistra, un altorilievo sul muro nord del Tempio con i temi della mitologia hindu.
A destra, altre sale praticate nelle pareti che circondano lo scavo.
Questa è la parete accanto alla cella del toro Nandi e si vede anche uno degli elefanti monolitici.
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L'ultimo gruppo di 5 grotte è quello jain, datate dal IX al X secolo, quando i governatori locali si erano convertiti allo jainismo. La grotta n. 32 è la più bella del gruppo e richiama per diversi aspetti il tempio di Kailasa. Vi si trova l'effige dell'ultimo Jina, Mahavira, contemporaneo di Buddha e molte sculture e dipinti ben conservati con scene della mitologia jain. La grotta n. 33 è meno interessante con alcune pitture e molte sculture, fra cui una incompleta, che rappresenta il Signore dell'Universo. 

TEMPLI JAIN

A sinistra, facciata del tempio jain dedicato a Mahavira nella Grotta n. 32.
A destra, interno del tempio jain nella Grotta n. 33 con una scultura incompleta.
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AJANTA

A 106 km a nord-est da Aurangabad, s'incontrano le grotte di Ajanta che ci portano al periodo d'oro del buddhismo quando, dal II secolo a.C., i monaci buddhisti vennero qua, vicino a importanti vie di comunicazione che garantivano la frequentazione dei pellegrini e dei fedeli e assicuravano una sufficiente tranquillità. Il sito fu abbandonato nel secolo VIII, forse per la concorrenza di Ellora, e in pratica dimenticato anche sel'esistenza delle grotte fu sempre nota alla popolazione locale. Le grotte furono riscoperte da un ufficiale britannico nel 1819 durante una caccia alla tigre quando, dalla sommità di una collina al centro di una gola a ferro di cavallo nel fondo della quale scorre il fiume Waghora, vide aprirsi sulla parete di fronte una fila di grotte semicoperte dalla vegetazione. Con l'aiuto degli abitanti dei villaggi vicini, iniziò allora la prima esplorazione proseguita poi dagli archeologi. Una volta aperte ed esplorate, le grotte subirono un lento processo di degradazione delle pitture dovuto all'azione della luce, dell'umidità e al fumo delle torce dei visitatori. Solo dal 1920 è iniziata l'opera di restauro e di conservazione. 
  Le grotte sono distribuite sulla parete rocciosa ad arco per circa mezzo chilometro e sono state numerate da 1 a 29, ma c'è anche una 15 bis; 25 sono monasteri (vihara) e 5 templi (chaitya).  

VISTE PARZIALI DELLE GROTTE DI AJANTA

Nella foto di sinistra, si nota un grande arco che è quello della grotta n. 10, la prima a essere scoperta perché ancora non completamente nascosta dalla vegetazione.
A destra, un'altra vista delle grotte.
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VISTE PARZIALI DELLE GROTTE DI AJANTA

A sinistra, un'altra vista delle grotte.
A destra, s'inizia il percorso lungo le grotte.

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La costruzione è avvenuta in due periodi diversi, le più antiche, fra il II e il I secolo a.C., sono della fase hinayana del buddhismo. Le più recenti, datate fra il V e il VI secolo d.C., sono della fase mahayana, sotto la dinastia Gupta. La sequenza dei numeri che le localizza non segue però la loro cronologia. Le grotte di Ajanta sono un documento di tutta l'evoluzione del buddhismo partendo dalla sua semplicità iniziale prima della nostra era, durante la fase hinayana che fu la più vicina agli insegnamenti di Buddha il quale non chiedeva di essere venerato come un dio, ma insegnava agli uomini la rinunzia a tutti i desideri come mezzo individuale per raggiungere il Nirvana. In seguito, sotto l'influenza dell'hinduismo si diffuse la forma più evoluta detta del Mahayana (del Grande Veicolo) che, divinizzando il Buddha, introdusse un insieme di riti che dovevano aiutare gli uomini a raggiungere il Nirvana. Furono ammesse le donne che formarono anche delle comunità accanto a quelle dei monaci e fiorirono miti e leggende sul Buddha che furono tramandati con la pittura e la scultura. 

VISTE PARZIALI DELLE GROTTE DI AJANTA

A sinistra, si vede un grande elefante di pietra, animale sacro al Buddha perché, secondo la tradizione, una volta era stato incarnato in esso.  
A destra, un altro tratto del percorso.
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Grotta n. 1
Altorilievo di Buddha.
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Grotta n. 1 - Bodhisattva.

La grotta n. 1 adibita a monastero è datata verso la fine del VII secolo. All'interno, in un'abside c'è un grande altorilievo di Buddha seduto alla maniera indiana e nell'atto di pregare; la sua espressione si modifica guardandolo da diversi punti di vista. La grotta racchiude anche alcune delle più belle pitture di Ajanta fra cui quella del Bodhisattva dal fiore di Loto che personifica la compassione e la carità del Buddha. Il fiore di loto è un simbolo del Buddha che, secondo la mitologia mahayana si era incarnato in questo fiore.  

Nella grotta n. 2 c'è un altro famoso dipinto: quello dei Cento Buddha che riproduce senza fine la sua figura e rievoca il mito del loto dai cento petali, ciascuno dei quali rappresenta un Buddha. 
La tecnica della pittura murale di Ajanta fu quella che poi si diffuse in tutta l'India e fu usata con poche varianti in tutta l'Asia. Questa tecnica è diversa da quella occidentale dell'affresco, dove i colori si applicano su un intonaco ancora umido, perché i dipinti indiani sono eseguiti su un muro asciutto. Ad Ajanta la parete di roccia era prima ricoperta da un intonaco di 2-3 cm di spessore costituito da un misto di sabbia, argilla, sterco di vacca e paglia triturata; sopra era applicato uno strato di calce magra e su questa superficie, perfettamente levigata e asciutta, veniva eseguita la pittura. Come colori si usavano pigmenti minerali e, solo per il nero, si usava il carbone. Per fissare i colori si usava un agglutinante formato da acqua, colla e gomma. 

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Grotta n. 2 - I 100 Buddha.

La grotta n. 19 è un santuario con un ampio portale sovrastato da una finestra a ferro di cavallo. La facciata è ornata da una moltitudine di statue del Buddha con una perfezione classica. Anche la grotta n. 26 è un santuario, uno degli ultimi, se non l'ultimo costruito in Ajanta; anche questo ha una finestra a ferro di cavallo e una decorazione che tende al barocchismo, per la sovrabbondanza dei motivi decorativi, e al gigantismo nelle forme. 
 

DUE GROTTE CON INGRESSI MONUMENTALI

A sinistra, è il portale della grotta n. 19.
A destra, quello della grotta n. 26.
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