Isola di Pasqua (Rapa Nui) - La Civiltà dei Moai


L'isola di Pasqua ha un fascino selvaggio per il suo isolamento e i suoi paesaggi vulcanici, ma la sua maggiore attrattiva sono i moai, le grandi statue di pietra, e il mistero che ha circondato l'origine e il crollo di questa civiltà. I moai rappresentano una figura umana mozzata all'inguine e quindi senza gambe, con le mani e le dita sottili unite sul ventre, il volto scolpito nelle sue linee essenziali, il capo appiattito e spesso coperto da un enorme cilindro di tufo rossiccio come un cappello, detto pukau, che forse rappresenta un'acconciatura portata dai capi, ma è un abbellimento tardo. I moai sono stati realizzati con una pietra lavica di tipo trachite, compatta ma anche relativamente tenera e facile da lavorare, proveniente da una cava sulle pendici di un piccolo cono vulcanico chiamato Rano Raraku, nella zona orientale dell'isola, un'area dove sono stati trovati molti moai in diverse fasi di fabbricazione e di trasporto e che per questo è stata denominata la "Fabbrica dei Moai". Sembra che l'attività della Fabbrica si sia interrotta bruscamente, come a seguito di una catastrofe o di una rivolta. I moai erano trasportati dalla Fabbrica in diversi punti dell'isola vicino alla costa, dove erano eretti sopra piattaforme cerimoniali dette ahu. Le statue volgevano sempre le spalle al mare perché guardavano verso l'interno dove sorgeva il centro abitato, come a proteggerlo, e fra le case e la piattaforma c'era un ampio spazio spesso di forma circolare delimitato da pietre che doveva essere un luogo di riunione. L'altezza media dei moai varia da 2 a 12 m, ma nella Fabbrica ve n'è uno in costruzione lungo 21,6 m. Si nota un aumento progressivo delle dimensioni delle statue, dalle più antiche alle più recenti. Vi sono 102 piattaforme in pietra lavorata lunghe fino a 90 m che circondano quasi tutta l'isola, e ciascuna aveva fino a 15 statue. Sono stati contati circa 460 moai, dei quali 250 sono quelli delle piattaforme ahu e il resto nell'area della Fabbrica, molti ancora in fase di fabbricazione. Il culto dei moai era quello degli antenati deificati e ogni statua aveva il nome di un capo venerato dopo morto e messo a protezione della tribù davanti al villaggio. La testa era la parte più evidente della statua perché in essa era concentrato tutto il suo potere spirituale (mana).

Quando nell'isola arrivarono i primi Europei, il culto dei moai era ormai decaduto ed era stato sostituito da altre credenze. Dopo le lotte tribali, la maggior parte delle statue era già stata abbattuta e, nel 1840, non c'era più una statua in piedi. Le statue che si vedono ora in piedi sono state sollevate dagli studiosi e dagli archeologi. Una leggenda locale fa arrivare i primi abitatori intorno al 1400, guidati dal re Hotu Matu'a, ma sono stati trovati reperti umani più antichi e certo l'isola fu raggiunta più volte dalle canoe dei polinesiani, la cui provenienza più probabile è quella delle isole Marchesi, circa 4000 km a nord-ovest. In origine l'isola era coperta da palme e altri alberi e, anche se per la sua latitudine non era un paradiso tropicale, era ricca di vegetazione, c'era acqua potabile, nei crateri e nelle sorgenti del litorale, e ossidiana per le armi. I nuovi abitatori iniziarono l'agricoltura tagliando e bruciando le foreste, costruirono case, iniziarono a scolpire le grandi statue, usando il tufo vulcanico disponibile secondo le tradizioni dei polinesiani. La comunità prima prosperò ma, con il disboscamento e l'erosione, la produttività diminuì e il legno usato per tutti i bisogni e per il trasporto dei moai cominciò a scarseggiare, non ebbero più canoe per la pesca o per emigrare e si trovarono intrappolati in un ambiente ormai degradato. Questa fu la causa che provocò il crollo della civiltà dei moai.

La popolazione era divisa in tribù che avevano ascendenze comuni, non esistevano schiavi e la costruzione e il trasporto delle statue furono condotti in comune per il maggior vanto delle tribù. Al suo massimo, la popolazione raggiunse nel 1500 un numero fra 7000 e 15000, valore controverso desunto dal numero di resti di abitazioni che possono essere datati in questo periodo. Il crollo improvviso della Civiltà dei Moai avvenne verso la fine del 1600, testimoniato dall'interruzione improvvisa dei lavori di fabbricazione e trasporto dei moai. Questo è stato all'origine del "mistero" dell'isola di Pasqua e delle tante ipotesi fantastiche sorte intorno all'origine di questa civiltà. Le leggende raccolte dagli ultimi discendenti diretti, parlano di una lite scoppiata fra la tribù dei Lunghi-Orecchi, depositari del culto dei Moai e élite dominante, che doveva il suo nome all'uso di pesanti orecchini che deformavano i lobi, e quella dei Corti-Orecchi che, pur essendo minoritaria, occupava tutta la parte nord e occidentale dell'isola. I Lunghi-Orecchi finirono con l'asserragliarsi nella penisola di Poike, la parte più orientale, che divenne il loro ultimo baluardo. Sul lato di terra i Lunghi-Orecchi avevano scavato un lungo fossato, che avevano reso invalicabile con una cortina di fiamme, ma i Corti-Orecchi li aggirarono dalla parte del mare e li spinsero verso la loro stessa barriera di fiamme annientandoli. Secondo la tradizione, solo due dei Lunghi-Orecchi furono risparmiati e, al tempo della spedizione di Thor Heyerdahl, alcune famiglie si vantavano di discendere da loro. Dagli scavi eseguiti durante la stessa spedizione, fu scoperto un fossato al confine della penisola di Poike con presenza di ceneri e carboni e con essi il tracollo della Civiltà del Moai è stato datato intorno al 1680.

I RESTI DELLA CIVILTÀ DEI MOAI INTORNO ALL'ISOLA

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Vinapu - Piattaforma cerimoniale (ahu).

 

Per il giro dell'isola alla ricerca dei resti più importanti dei moai si segue un percorso in senso antiorario prevalentemente in vicinanza della costa, dove è localizzata la maggioranza delle piattaforme cerimoniali (ahu).
Partendo da Hangaroa, sulla costa sud, sotto l'aeroporto di Mataveri e a est del vulcano Rano Kau, si raggiunge Vinapu, uno dei più importanti centri cerimoniali Moai.
La piattaforma centrale è uno dei lavori più perfetti con grandi massi ben squadrati. La spedizione di Thor Heyerdahl, che vi lavorò nel 1956, paragonò questa tecnica costruttiva a quella degli Incas in Perù. Una seconda piattaforma a est è più antica, ha le statue abbattute ed è stata in seguito trasformata in tomba; delle ossa sono ancora visibili in una fenditura. Un pukau, cappello aggiunto alle statue in epoca più tarda, si trova vicino alle statue abbattute e porta tracce di pittura di ocra bianca; anche le statue erano dipinte e tracce di pittura si trovano in diverse statue nelle parti rimaste protette dalle intemperie.

 

VINAPU - STATUE ABBATTUTE

A sinistra, le statue abbattute della piattaforma est.
A destra, il pukau di una delle statue abbattute.
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Seguendo la costa in direzione est si raggiunge la località Vaihu, dove affiora una sorgente di acqua dolce prossima al mare. Qui gli antichi abitanti, come in altri luoghi, avevano scavato un serbatoio per raccoglierla, prima che si mescolasse all'acqua salata.

VAIHU

A sinistra, una sorgente di acqua dolce vicino alla riva e resti del serbatoio artificiale.
A destra, la piattaforma con i moai abbattuti.
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Hanga Tetenga - Moai abbattuti

Vicino sorgeva un villaggio, dove si trova una delle più grandi piattaforme cerimoniali con tutte le statue abbattute. La piattaforma era lunga 60 m e alta 7 e, dopo l'abbattimento delle statue, fu trasformata in luogo di sepoltura.
A circa 5-6 km da Vaihu, sempre vicino al mare, si trova Hanga Tetenga, luogo di un altro antico villaggio, con la sua piattaforma e almeno 21 moai abbattuti. Con le statue abbattute, si era ricreata una piattaforma più alta, livellata grossolanamente con pietre, e sotto si trovano resti di sepolture posteriori.
Durante l'abbattimento, molte statue si rompevano in corrispondenza del collo, che era la parte più debole, e per sfregio erano rovesciate con il volto nella polvere; qualcuna è rimasta intera e solo una si trova con il volto verso l'alto, ma con i lineamenti erosi dagli agenti atmosferici.

 

HANGA TETENGA

A sinistra, alcuni moai rovesciati e rotti.
A destra, un moai abbattuto, ma con il volto verso l'alto.

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Lasciata Hanga Tetenga, ci si addentra verso l'interno in direzione nord-est, avvicinandosi al cratere di Ranu Raraku e alla zona della cosiddetta Fabbrica dei Moai. All'ingresso della zona, vi sono due grandi tabelloni della Corporaciòn Nacional Forestal cilena, che illustrano i metodi di fabbricazione e di trasporto dei moai.

 

TABELLONI ALL'INGRESSO DELL'AREA DELLA FABBRICA DEI MOAI

A sinistra, è illustrato il metodo di fabbricazione nelle cave del vulcano.
A destra, sono indicati i sistemi di trasporto ipotizzati.

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Il processo di fabbricazione è stato ricostruito in base alle numerose statue trovate in diverse fasi di lavorazione. Le statue erano scolpite direttamente sulla roccia in posizione supina sagomando il volto e il corpo, quindi si scavava sotto e ai piedi in modo da creare uno scivolo e una buca che permetteva di mettere in piedi la statua. Il metodo di trasporto e di erezione sulle piattaforme, illustrato nel secondo tabellone, è invece solo frutto delle ipotesi degli studiosi, perché nessuna informazione ci è stata tramandata. Mancando ormai gli alberi, gli indigeni potevano solo contare sui tronchi galleggianti, che il mare spingeva sulle spiagge, mentre le corde potevano essere fabbricate con le fibre del gelso da carta (Morus payrifera) che cresce nell'isola. L'ipotesi illustrata nel tabellone è quella avanzata dall'antropologo William Mullory della spedizione norvegese di Thor Heyerdahl.

 

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Moai abbandonato e rotto.

 

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Moai Rima Rotu-Rotu.

Avanzando verso le falde del vulcano, s'incontra una statua caduta e con la testa staccata, e per questo abbandonata durante la fase di trasporto; è un moai di dimensioni medie di 12 m di altezza.
Un altro interessante esemplare fu trovato più avanti dall'archeologo norvegese Arne Skjõlsvold nel 1956, sempre della spedizione di Thor Heyerdahl. Il monolite affiorava solo con il volto e fu portato alla luce e raddrizzato. Pesa circa 20 tonnellate e gli fu assegnato il nome di Rima Rotu-Rotu, che nel linguaggio locale significa "con le mani sulle ginocchia", infatti, è l'unica statua dell'isola in posizione seduta e con il corpo intero, invece che mozzato all'inguine. La statua è stata datata intorno al 1100 e, per la sua conformazione, Thor Heyerdahl vide in esso una prova della sua teoria, sugli stretti legami fra la civiltà dell'isola di Pasqua e quella peruviana di Tiahuanaco. Questa teoria è stata in seguito completamente abbandonata.
Salendo sulle falde del vulcano Ranu Raraku, s'incontrano in gran numero le statue abbandonate pronte per il trasporto, molte ancora in piedi, altre abbattute. Spesso affiora sola la testa perché il resto del corpo si trova sepolto dai detriti trascinati dalle piogge. Questa è la prova dell'improvviso tracollo della civiltà dei Moai, con l'accendersi delle guerre civili che segnarono la fine del culto dei Moai.

ALLE FALDE DEL VULCANO RANO RARAKU - MOAI ABBANDONATI

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Fabbrica dei Moai - Statua in lavorazione.

 

Più in alto, è l'area della fabbrica dei moai intorno al cratere, dove si possono osservare numerose statue in lavorazione. Quella in figura ha solo il volto e la parte superiore completa, è lunga circa 15 m e il suo peso finito sarebbe stato di circa 150 tonnellate. La statua più grande in fabbricazione è un'altra, lunga 21,6 m, il cui peso doveva arrivare alle 150 tonnellate.
All'interno del cratere c'è un lago di acqua piovana e sulle rive cresce la totora, una pianta che si trova nel lago Titicaca, sull'altopiano peruviano al confine con la Bolivia, e forma vere isole galleggianti. Anche nella presenza di questa pianta Thor Heyerdahl vide un'altra prova dei legami con la civiltà di Tiahuanaco sviluppatasi sulle rive del Titicaca. La totora cresceva però nell'isola di Pasqua da 13000 anni, quando era certamente disabitata.
Dall'alto del cratere si può vedere la costa sud-est, una volta molto abitata e dove si trovava una piattaforma distrutta da un maremoto nel 1860. Si vede anche la penisola di Poike all'estremo est dell'isola, dove, secondo la tradizione, si asserragliarono i Lunghi-Orecchi prima di essere sopraffatti.

Lasciato il Ranu Raraku, sul lato nord-orientale, s'incontrano delle rocce con sopra scolpiti glifi, manifestazione di un culto più recente, posteriore a quello dei moai. Questi glifi sono diffusi in molte parti dell'isola, ma il nuovo culto ebbe il suo centro nella città sacra di Orongo, all'estremità occidentale dell'isola. I glifi, che si vedono qui, rappresentano il Dio Creatore (Make Make), l'Uomo Uccello (Tangata Manu) dai grandi occhi e figure di pesci e tartarughe.

 

VULCANO RANO RARAKU

A sinistra, il cratere del vulcano con il lago sulle cui rive cresce la totora.
A destra, panorama verso est dall'alto del vulcano con la baia devastata dal maremoto e parte della penisola di Poike.

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GLIFI SULLE ROCCE

A sinistra, glifo con le rappresentazioni del Dio Creatore, in alto, e dell'uomo, in basso a sinistra.
A destra, un altro glifo che rappresenta l'Uomo Uccello.

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Si giunge alla costa nord-orientale, dal profilo basso e con una successione di baie. La prima è di Mohatua con una piattaforma, dove sorgeva il moai Paro, alto 9,8 m e pesante 82 tonnellate, il più grande fra quelli trasportati e installati. Il moai si trova abbattuto vicino alla piattaforma e ci sono testimonianze che nel 1830 era ancora in piedi e nel 1840 era già abbattuto. La statua portava sulla testa il pukau, il cilindro di pietra come un cappello, ora caduto poco distante.
Più a ovest si trova la baia de La Pérouse, dove approdò l'esploratore francese nel 1786 con le sue due navi, l'Astrolabe e la Boussole. La Pérouse proseguì il viaggio toccando le Hawaii ed esplorando le coste dell'America del Nord e della Cina e, dopo un'ultima sosta a Botany Bay in Australia, scomparve con le sue due navi nel 1788. Solo nel 1827 si trovarono tracce del suo naufragio nell'isoletta di Vanikoro del gruppo di S. Croce, a nord delle Nuove Ebridi.

 

COSTA DEL NORD-EST

A sinistra, la piattaforma di Mohatua con il grande moai Paro abbattuto e il suo pukau.
A destra, la Baia de La Pérouse, dove approdò l'esploratore francese.

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Protetta da un promontorio roccioso è la spiaggia di Ovahe, con una sabbia finissima di origine corallina. Qui ogni due anni si tengono rappresentazioni in cui si raccontano le leggende dell'isola e la guerra fra Lunghi-Orecchie e Corti-Orecchie. Oltrepassato il promontorio, si apre in un'ampia insenatura la spiaggia di Anakena, la più bella dell'isola con una fine sabbia corallina.

La tradizione vuole che qui arrivassero nel 1400 i primi abitatori dell'isola guidati dal re Hotu Matu'a.

COSTA DEL NORD-EST

A sinistra, la spiaggia di Ovahe.
A destra, Anakena, la più bella spiaggia dell'isola.

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Vicino a un boschetto di palme si trova una piattaforma con sette moai sollevati, ma è una ricostruzione del 1978.
I moai sono stati scelti e riparati e tre di essi hanno sulla testa il pukau e sul dorso mostrano scolpita una cintura con fibbia.

A lato della piattaforma, un blocco di tufo porta glifi di uccelli, ma questo appartiene al periodo posteriore con il culto dell'Uomo Uccello. Un po' isolato si trova un altro moai sollevato con l'aiuto dei nativi durante la spedizione di Thor Heyerdahl allo scopo di studiare i metodi usati dagli antichi abitanti. La statua pesa fra 25 e 30 tonnellate.
Da Anakena si torna in direzione sud-ovest nell'interno dell'isola, girando a sud del grande vulcano Rano ARoi e, alle spalle del villaggio di Hangaroa, si attraversa il Puna Pau (luogo dell'acqua), piccolo cratere, dove si raccoglieva una riserva di acqua piovana. A seguito di una trivellazione, venne però perforato lo strato impermeabile e l'acqua sparì. In questo cratere c'era la cava di tufo rosso, dove si costruivano i pukau. Anche qui, come nella fabbrica di Ranu Raraku, il lavoro cessò improvvisamente e molti pukau sono stati abbandonati nella fase di trasporto e giacciono semisepolti. Il Capitano Cook, durante la sua esplorazione dell'isola, vide questi grandi cilindri abbandonati.

 

ANAKENA - PIATTAFORMA DEI SETTE MOAI

A sinistra, vista frontale.
A destra, vista posteriore: notare sul dorso la cintura con la fibbia.

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Anakena - Glifo con uccelli.

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Ahuakivi - I sette Moai.

 
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Anakena - Il Vecchio Moai.

PUNA KAO - CAVA DI TUFO ROSSO DEI PUKAO 

Due viste del vecchio cratere con le rocce di tufo affioranti e i numerosi pukao abbandonati e semisepolti.

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Ahuakivi - Due dei sette Moai.


Sul lato nord-est di Hanakena, a circa 5 km, c'è il gruppo dei Sette Moai restaurato nel 1860 dagli archeologi William Mulloy e Gonzalo Figueroa, dopo la spedizione di Thor Heyerdahl.

Questo è l'unico gruppo di statue che guarda verso il mare, ma in realtà, essendo all'interno, guardava come tutti gli altri verso il villaggio che gli stava davanti.

Le statue sono state datate 1450 e questo ha fatto pensare che rappresentassero i sette compagni del re Hotu Matu'a.
Le figure sono tozze e rappresentano quindi persone ricche; si può notare la cura con cui sono scolpite le mani, con le dita affusolate e le lunghe unghie, indice di persone che non lavoravano.
Altre tre piattaforme si trovano sulla costa occidentale dell'isola, subito a nord di Hangaroa.
Nel 1837 c'erano ancora le statue in piedi, poi furono abbattute come tutte le altre. Le piattaforme sono state restaurate di recente e le statue rialzate.

TAHAI - LE PIATTAFORME DELLA COSTA OCCIDENTALE

A sinistra, vista delle tre piattaforme nello sfondo del mare.
A destra, i moai rialzati della piattaforma di sinistra.

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Tahai - Piattaforma centrale e di sinistra.

 

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Tahai - Piattaforma di destra.

La piattaforma centrale con una sola statua è la più antica ed è datata 650 d.C.; alla sua sinistra c'è una rampa pavimentata di pietra per le canoe. La piattadi forma circolare e in pietra e l'area cerimonialeforma di sinistra (sud) è la più grande con cinque statue sollevate su piedistalli. La piattaforma di destra ha un solo moai con il pukau. Davanti alla piattaforma di sinistra, si trova una grande piazza per le riunioni comunitarie, al centro.
Dietro si trovano le antiche abitazioni in pietra a pianta rettangolare (Hare Moa) e con ingressi molto angusti, dove si entrava strisciando, gli spazi interni erano limitati perché servivano solo per la notte.
Le abitazioni comuni dei villaggi erano fatte con pali di legno ricurvi ed erano a pianta ellittica, con la forma di una barca rovesciata, coperte con stuoie di giunchi intrecciati. Erano case comunitarie piuttosto vaste chiamate Hare Paenga. Tahai - Area cerimoniale e abitazioni di pietra. Clicca per ingrandire
 


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