Perù e Bolivia - Perù, la Terra e la Storia


 
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      Il Perù, sul versante occidentale dell'America Meridionale, si stende dall'equatore ai 18° di latitudine sud per circa 2000 km con una larghezza variabile fra la costa pacifica a ovest e la selva amazzonica e catena delle Ande a est. Il suo clima varia dal tropicale umido delle regioni amazzoniche al secco desertico delle coste e al freddo delle sierre. La sua superficie totale è di 1,285 milioni di kmq e la sua popolazione, di 14 milioni nel 1972, è in rapida crescita (28,4 milioni nel 2003); è un paese di media taglia fra quelli dell'America Meridionale e come tale ha oggi un peso economico e politico limitato fra i paesi latini del sud dell'America ma, come il Messico nel Nord America, è stato la patria della seconda civiltà autoctona del continente americano e per questo ha un fascino tutto particolare dal punto di vista etnografico, storico ed archeologico. 

  La storia del Perù, che è anche storia di gran parte dell'America Meridionale, si può dividere in tre fasi. La prima è quella preispanica che parte forse dal 1800 a.C. con lo sviluppo di diverse culture, sparse fra la costa e le Ande, la cui scoperta si è avuta in tempi moderni. Queste sono sparite o furono assorbite nel grande impero incaico che crollò a sua volta con la conquista da parte degli Spagnoli nel 1533. La seconda fase è quella del periodo coloniale contrassegnato, prima dall'espansione e da guerre fratricide fra i conquistadores, poi dai governi dei viceré e dalla formazione, in 300 anni, di una società ispano-peruviana molto verticalizzata, dove gli indigeni rimanevano sempre ai margini, sfruttati con il lavoro coatto nella coltivazione delle terre e nel lavoro delle miniere. La terza fase arriva con l'indipendenza del 1821 trascinata dal movimento di emancipazione di tutte le colonie dell'America Meridionale con il Libertador Simon Bolivar. Da allora fino ai nostri giorni si assiste alla travagliata evoluzione dello stato moderno
 

 LE ORIGINI

  Al Perù è associata la civiltà incaica come al Messico quella azteca, i due imperi che per primi vennero a contatto con i conquistadores spagnoli e da questi furono annientati nella sanguinosa conquista. Ora sappiamo che gli Incas, come gli Aztechi, non furono le uniche civiltà precolombiane che fiorirono nell'America Meridionale come nella Mesoamerica. Questa conoscenza fu acquisita però molto più tardi, perché la conquista segnò il collasso culturale e spirituale di un popolo e tutto cadde nell'oblio. In modo particolare nel Perù, per la mancanza di documenti scritti, le scarse tradizioni orali presto persero certezza di autenticità, filtrate attraverso la cultura e i pregiudizi dei conquistadores spagnoli pronti a vedere, in tutte le manifestazioni di attaccamento degli indigeni alle loro tradizioni culturali e religiose, solo atti di idolatria e ribellione che andavano represse. Così ogni legame con il passato fu spezzato e si deve aggiungere la politica rigidamente isolazionista dell'impero spagnolo che impedì ogni ricerca, perché le colonie erano fonti di ricchezza da difendere dalle razzie e dalle interferenze straniere di Portoghesi, Inglesi e Olandesi. Per 300 anni, dal 1531 al 1821 data dell'Indipendenza, gli stranieri non erano autorizzati a percorrere le Americhe e in Europa se ne parlava come di luoghi fantastici e stravaganti. Nacquero leggende come quella dell'El Dorado, mitico paese dell'oro, vagamente localizzato fra l'Equador e la giungla amazzonica. Negli archivi della corte spagnola, però, era rimasta accumulata, e presto dimenticata dalla cultura ufficiale, un'enorme mole di documenti originali, relazioni ufficiali scritte dai diretti testimoni della conquista, spesso estremamente accurate e fedeli. Poi ci furono gli storici peruviani, come Pedro Cieza de Leon, uno dei migliori soldati di Pizarro e cronista attendibile per la sua conoscenza dei luoghi, che scrisse una Cronica del Perù (1550), Cristòbal de Molina che scrisse "Destruccion del Perù (1554) e "Fabulas y ritos de los Incas" (1574) e il più noto l'Inca Garcilao de la Vega, un mestizo, figlio di padre europeo e madre inca di sangue reale, che trascorse l'infanzia nella terra natia e poi si trasferì in Spagna e qui, nel 1609, scrisse i "Comentarios reales" sulla storia del suo paese idealizzando però i due mondi, inca e spagnolo, nel tentativo di conciliarli. I primi stranieri a ottenere dal re di Spagna Carlo IV un passaporto eccezionale per visitare le colonie americane, furono nel 1799 il naturalista tedesco Alexander von Humboldt e il botanico francese Aimé Bonpland. Fu solo dopo l'indipendenza e con il diffuso interesse all'archeologia che furono riscoperte straordinarie testimonianze di civiltà preincaiche che, cominciando a prendere forma e tempo, raccontavano la loro storia. L'impero degli Incas era stato l'ultimo, nei cento anni dal 1431 al 1531, ad occupare e civilizzare le attuali terre del Perù, Bolivia, Equador, Colombia, Argentina settentrionale e Cile, creando un impero attraversato da 15000 km di strade selciate che i messaggeri dell'Inca percorrevano di corsa dandosi il cambio e in sei giorni raggiungevano Quito da Cuzco distanti circa 2000 km. Gli Incas avevano conquistato e incorporato gli imperi precedenti in decadenza e ne avevano assorbito miti e culti. Oggi queste civiltà hanno un nome e si chiamano Chavin, Tiahuanaco, Chimu, Mochica, Paracas, Nazca, e raggiunsero complessità e livelli artistici partendo almeno da 1000 anni prima della nostra epoca. 

  Le prime popolazioni andine rimontano a 14000-10000 anni fa e si trattava ancora di cacciatori raccoglitori. La domesticazione dei camelidi e le prime culture di vegetali e patate si accompagnarono poi ai primi manufatti, ritrovati dalla costa ovest nella valle di Chilca sulle montagne delle Ande. Coltivazioni di cotone, fagioli e spezie si sono avuti intorno al 4000 a.C.. Centri residenziali con architetture monumentali sono stati scoperti sulla costa peruviana del Norte Chico e, le datazioni al radiocarbonio, indicano che sono emersi nel 2900 a.C. e sono sopravvissuti fino al 1800 a.C., la loro antichità è paragonabile quindi a quella delle civiltà di Mesopotamia, Egitto, Cina ed India, ma sono diverse perché cresciute nell'isolamento senza contatti con altre culture. Gli scavi del 1941 hanno scoperto che i centri dell'interno, lungo i fiumi, ma circondati dal deserto, coltivavano cotone e alberi da frutta, ma le proteine venivano dalla costa, dove era abbondante la pesca nella fredda corrente di Humboldt. Questo confermava la teoria dell'origine marina delle civiltà andine con i centri dell'interno che fornivano il cotone per le reti. 
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  Nota per prima è la cultura Chavin, già in possesso di un'agricoltura avanzata con il mais, la tessitura, la ceramica e credenze religiose. Intorno al 900 a.C. fu fondata la capitale Chavin de Huantar, sul fianco orientale della Cordillera Blanca a 3150 m e a metà strada fra le foreste tropicali e le pianure costiere, in un luogo strategico per le vie di comunicazioni. Fra i resti, un antico tempio con due piattaforme sovrapposte e una scalinata di pietra; l'interno è un labirinto di gallerie e camere sotterranee, dove sono state trovate molte sculture, fra cui quelle antropomorfe di una divinità felina e oggetti rituali con teste di giaguaro. Le sculture sono in granito chiaro e calcare nero. Nelle aree cimiteriali si sono trovati oggetti di metalli preziosi, tessuti e ceramiche con decorazioni e forme diverse. La civiltà Chavin decadde improvvisamente nel 300 a.C. e le città, lasciate incompiute e in parte demolite, furono abbandonate e, col tempo, crollarono. La cultura Chavin si era diffusa a nord fino all'Ecuador e a sud fino oltre Lima e su di essa si innestarono altre civiltà regionali come i Moche (nella valle del Moche sulla costa nord) che formarono, dal 100 all'800 d.C., una società di guerrieri sacerdoti. I Moche, o Mochica, furono grandi costruttori ed hanno lasciato i resti di grandi piattaforme piramidali in mattoni di paglia e fango (adobe) dette Huaca del Sol e della Luna, imponenti opere d'irrigazione e ricchissimi corredi funerari con migliaia di vasi ceramici 
  Nell'area centrale del Perù, dove sorge la città di Ayacucho, si trovano vaste zone archeologiche, dove si sono avvicendate in circa 2000 anni popolazioni e civiltà fra cui i Wari. Questi, intorno al 700, iniziarono il primo tentativo di unificare il Perù con una serie di conquiste che li portarono ad espandersi da Arequipa a Cajamarca fino al 1200 d.C.. Con lo sfaldamento dell'impero Wari, dopo il 1100 fiorì il regno dei Chimu con la capitale Chan Chan, vicino all'attuale Trujillo, che si stendeva su 28 kmq in quello che oggi è un deserto. La loro capitale era divisa in aree delimitate da alte mura a formare delle cittadelle. All'interno c'erano templi piramidali, giardini e cimiteri. La società era stratificata, l'economia basata sull'agricoltura e sostenuta da sistemi d'irrigazione. Quella dei Chimu fu l'ultima grande civiltà prima degli Inca; erano abili artigiani ed hanno prodotto tessuti, ceramiche e oggetti d'oro, di argento e rame. 
Nell'estremo meridione del Perù fanno storia a sé le culture regionali di Paracas e Nazca. I Paracas nella penisola omonima a sud di Pisco, dal 40 a.C. all'inizio della nostra era, hanno lasciato, all'interno di profondi pozzi nel deserto, centinaia di mummie avvolte in mantelli e tuniche meravigliosamente tessute e con ricami colorati. Più a sud, nel deserto di Nazca un altro popolo, stanziato dall'inizio della nostra era al 600, ha lasciato tessuti e ceramiche e una rete di linee e disegni tracciati sul deserto in un'area lunga circa 50 km e larga 25, nota come Pampa colorada, per il suo colore rosso mattone. Il significato e lo scopo di questi disegni hanno fatto discutere a lungo e sono state avanzate le ipotesi più fantastiche. Restando a quelle più ragionevoli i lunghi allineamenti orientati sono stati interpretati come un calendario astronomico e i disegni dediche alle divinità celesti. 
  Sulle Ande centrali, vicino al lago Titicaca a 3800 m di quota, nel 400 a.C. sorse una città cerimoniale, divenuta poi la capitale di un regno che ha preso il nome di Tiahuanaco, dal fiume che si riversa nel lago. Questa civiltà dominò fra il 100 e il 1000 d.C., si espanse intorno al lago Titicaca e sugli altipiani della Bolivia ed ebbe una grande influenza sulle popolazioni andine e sulla civiltà incas. La civiltà di Tiahuanaco, la cui popolazione è stata stimata a circa 360000, si sosteneva con l'agricoltura, l'allevamento dei lama e la pesca nel lago. Nei centri cerimoniali e del potere in Bolivia sono rimasti porte monolitiche e statue di colossi che danno l'impressione di una civiltà megalitica.
 

 LA CIVILTÀ INCA

  La storia della formazione dell'impero Incas inizia in tempi relativamente recenti. La tradizione riporta che all'inizio del XIII secolo una tribù proveniente dal lago Titicaca fondò una città nella valle di Cuzco. Il fondatore era Manco Càpac (càpac significa grande, potente) che si diceva discendente diretto del dio creatore Viracocha o del Sole (Inti) suo figlio. I nuovi venuti s'imposero sugli abitanti del luogo, i Quechua, la cui lingua divenne quella degli Incas ed è ancora parlata in Perù da milioni di persone. Fino al 1400, il regno fu limitato alla sola Cuzco, poi iniziò l'era delle grandi conquiste che portarono l'impero alla sua massima espansione in meno di 80 anni. Gli Spagnoli hanno tramandato i nomi dei due imperatori Inca che lo hanno creato, il 9° e il 10°: Pachacuti Inca Yupanqui (1438-1471) e Tupac Inca Yupanqui (1472-1493). Nel 1450 gli Incas colsero di sorpresa i Chimu, che dominavano la costa settentrionale, attaccando la fortezza di Paramoga a sud, mentre il grosso dell'esercito dei Chimu si aspettava un attacco nel nord più accessibile. Alla fine del 1400 gli Incas dominavano un impero di oltre 3000 km di lunghezza e 650 km di larghezza, ma non furono solo guerrieri e conquistatori. Gli Incas si dimostrarono grandi organizzatori, costruttori e coltivatori, ma trovarono, nei popoli che sottomettevano, civiltà eredi di un'evoluzione culturale di millenni e, per questo, sono paragonati ai Romani che accolsero culture eterogenee e crearono un tessuto sociale unitario. La nuova civiltà incas fuse e perfezionò gli elementi culturali preesistenti, ma cancellò il ricordo del passato, come avevano fatto sempre i popoli precedenti, e per molto tempo si suppose che quella Incas fosse l'unica civiltà sorta fra la costa e le Ande e fosse anche molto più antica. L'impero fu diviso in quattro grandi province, o Suyu (cantoni), a nord-est e a nord-ovest, a sud-est e a sud-ovest, e fu chiamato Tahuantinsuyu (La terra dei Quattro Cantoni). La capitale era Cuzco, quasi al centro, e l'impero era collegato da due grandi strade da nord a sud, una lungo gli altipiani, l'altra costiera e altre minori da est a ovest che collegavano i centri degli altipiani con quelli della costa. L'organizzazione dello stato era flessibile ed era più una confederazione di tribù che uno stato accentratore. Ogni tribù aveva il suo capo e si amministrava in modo indipendente, ma tutte dipendevano dall'autorità centrale dell'imperatore o Inca, considerato divino, tramite i suoi funzionari che appartenevano all'aristocrazia incas, ciò facilitò la conquista spagnola, una volta sequestrato l'imperatore. L'unità sociale era ottenuta con la collaborazione. Le tribù pagavano le tasse con i prodotti della terra e con il lavoro. I magazzini statali accumulavano le scorte alimentari prelevate e queste erano distribuite in caso di carestia. Con il lavoro obbligatorio furono costruite le grandi strade e i sistemi d'irrigazione. 
Il successore di Tupac Ypanqui fu il figlio, Huayana Càpac, che portò la corte a Tumipampa, in Equador, per consolidare il possesso dei territori settentrionali. Morì verso il 1527 per un'epidemia, forse il vaiolo portato dagli Spagnoli, senza aver designato un successore. Fra i suoi figli c'era Huascar, che viveva a Cuzco ed era sostenuto dall'aristocrazia e fu subito eletto Inca, ma un altro figlio più anziano, Atahualpa, che aveva i suoi sostenitori nell'esercito e si trovava a Quito, pretese pure il trono e iniziò una guerra civile che durò 5 anni. Nell'ultima battaglia Huascar fu preso prigioniero e il suo esercito distrutto. Era il 1532 e in quell'anno arrivarono i conquistadores spagnoli di Pizarro.

LA CONQUISTA DEL PERÙ

  Francisco Pizarro, conquistatore del Perù, era figlio illegittimo del capitano Hernando Pizarro, nato a Trujillo nella regione dell'Estremadura spagnola, e la sua data di nascita è incerta, 1471 o 1475, secondo diversi cronisti. Si dice che facesse il porcaro nel suo paese natale, comunque non vi rimase a lungo e, come tanti che ai suoi tempi cercavano fortuna nelle armi, si arruolò nell'esercito e fu in Italia, agli ordini di Gonzalo Fernandez de Cordoba, dove apprese l'arte della guerra. Nel 1502 partì per il Nuovo Mondo sostando all'isola di Hispaniola (Haiti), dove si unì alla spedizione di Alonzo de Ojeda per popolare la baia di Darien nell'istmo di Panama. Seguì poi le imprese di Nuñez de Balboa che scoprì il Pacifico e, dopo la fondazione di Panama, raccolse le informazioni dei primi esploratori scesi verso il sud che riferivano di terre ricche di oro e del mito dell'El Dorado. Pizarro si associò allora a Diego de Almagro, un abile soldato, e a padre don Hernando Luque, un ecclesiastico che aveva una certa influenza nella comunità di Panama, per mettere insieme un piccolo patrimonio e finanziare una spedizione lungo la costa sud del Pacifico. Il 14 novembre 1524 partì da Panama con un centinaio di uomini facendo rotta a sud. Il tempo non era favorevole, la terra inospitale e gli indigeni diffidenti. La spedizione continuò con alterne vicende, Pizarro fu raggiunto da Almagro con rinforzi, si fece razzia di oro nei villaggi e Almagro ritornò a Panama più volte per rinvestirlo nell'impresa con l'aiuto di padre Luque, ma a un certo punto il governatore di Panama impose di abbandonare l'impresa. Pizarro rifiutò insieme a 13 compagni, ottenne una proroga di 6 mesi e una nave con rinforzi. In 13 settimane di navigazione raggiunse il golfo di Guayaquil e, dall'isola di Sant'Elena, scoprì la città di Tumbez. Accostando le flottiglie degli indios prese contatto con loro, scambiò dei doni, imbarcò delle vigogne e raccolse informazioni attendibili su una guerra civile che scuoteva il grande impero. Proseguì ancora a sud fino all'odierna Tuxillo e finalmente decise di tornare a Panama. Pizarro aveva ora le prove della validità della sua impresa ma, di fronte allo scarso entusiasmo del governatore, decise di partire per la Spagna per incontrare il re Carlo V. Nella primavera del 1528 Pizarro si imbarcò per la Spagna e fu ricevuto da Carlo V a Toledo. Raccontò le sue imprese e mostrò quanto raccolto: la vigogna, i raffinati tessuti e gli oggetti preziosi. Il re, che stava partendo per l'Italia, lo raccomandò al Consiglio Reale delle Indie e all'Imperatrice Isabella e, nel luglio del 1529, fu firmata la Capitolazione per la conquista del Perù e la sua nomina a Governatore e Capitano Generale. Prima di ripartire per le Indie, passò per Trujillo, il suo villaggio natale, e prese con sé i suoi fratelli, Hernando, l'unico legittimo, Gonzalo e Juan, e con altri nel gennaio 1530 s'imbarcò per Panama. Ritrovò Almagro e padre Luque e si cominciò a preparare la spedizione. Ai primi del 1531 partì in avanscoperta con 180 uomini e sbarcò a nord di Tumbez, fu raggiunto dai rinforzi e fra questi c'erano Sebastian Benalcazar ed Hernando de Soto. In quel momento era in corso la guerra civile fra Huascar e Atahualpa e Tumbez era stata saccheggiata; Pizarro lasciò una guarnigione, fondò più a sud S. Miguel, la prima città spagnola, e nel settembre 1532 si mosse alla ricerca di Atahualpa che in quel momento si trovava vicino a Cajamarca, sulle Ande, con un grande esercito. S'incontrarono degli ambasciatori e a metà novembre Pizarro entrò a Cajamarca; aveva con sé solo 102 fanti e 62 cavalieri. Pizarro mandò come ambasciatori ad Atahualpa il fratello Hernando e De Soto per invitarlo in città, e il giorno dopo il re entrò a Cajamarca in gran pompa. Il frate Vincente Valverde lo affrontò con una lunga esposizione sulla religione cattolica chiedendogli di abbracciarla e di riconoscere il grande re cattolico. Atahualpa irritato chiese quale fosse la fonte di questa autorità e Valverde gli offrì la Bibbia che teneva, ma il re deluso e irritato la respinse lasciandola cadere. Gridando al sacrilegio gli Spagnoli attaccarono di sorpresa la massa dei seguaci del re massacrandoli e sequestrarono l'imperatore. L'esercito dell'Inca si disperse, gli Spagnoli presero molti prigionieri che utilizzarono per rinforzare i loro accampamenti in città e fecero bottino dagli accampamenti reali. Pizarro trattò con deferenza Atahualpa e permise che i suoi sudditi venissero a servirlo e riverirlo. L'Inca rincuorato promise di riempire la sua cella d'oro fino all'altezza di un uomo in cambio della libertà. Apprese però che gli Spagnoli cercavano il fratello Huascar suo prigioniero e, temendo di essere detronizzato, lo fece assassinare. In breve gli emissari di Atahulpa per la raccolta dell'oro cominciarono a tornare e il tesoro si andò accumulando. Hernando Pizarro con una scorta andò in esplorazione a visitare alcune città del regno fin sulla costa al santuario di Pachacamac dove abbatté gli idoli e saccheggiò il tempio, altri emissari arrivarono fino a Cuzco per controllare la raccolta dell'oro. Nel frattempo a febbraio 1533 erano arrivati a Cajamarca i rinforzi portati da Almagro, 150 fanti e 50 cavalieri ben armati. Pizarro, ormai sicuro del successo della sua impresa decise di dirigersi a Cuzco dopo aver diviso fra i suoi l'enorme riscatto, tolto il quinto che spettava al re di Spagna. Notizie incontrollate di una ribellione a Quito di un altro fratello di Atahualpa e di un possibile attacco accrebbero intanto il clima di sospetto nei riguardi del prigioniero che fu accusato di tradimento rinfacciandogli anche la morte del fratello Huascar. In breve fu creato un tribunale che lo processò e lo condannò a morte. La condanna fu subito eseguita con la garrotta, invece del rogo come eretico, dopo che il frate Valverde lo ebbe battezzato. L'impero incaico era così finito. 

  Alla morte dell'Inca seguì la disgregazione dell'autorità nella società, si ebbero notizie di disordini e nella marcia verso Cuzco gli Spagnoli incontrarono resistenza; furono però aiutati dai sostenitori del defunto Huascar e un fratello di questi, Manco, chiese la protezione degli Spagnoli avanzando le sue pretese al trono. Il 15 novembre 1533 Pizarro entrò nella capitale che stupì tutti per gli edifici, le strade e il benessere evidente. Gli edifici importanti erano in pietra, il più sontuoso era il Tempio del Sole che ancora conteneva molti tesori anche se in parte spogliato per il riscatto dell'Inca. L'edificio più imponente era una fortezza che dominava la città costruita con enormi blocchi a secco accuratamente lavorati che non lasciavano spazio fra le superfici a contatto. Pizarro nominò Manco successore di Atahualpa. Fu battezzato e così iniziò la conversione di tutto l'impero, nella capitale si costruirono chiese e dimore per gli Spagnoli. Come capitale del Vicereame, il 6 gennaio 1535, fu costruita una nuova città vicina al mare, chiamata Ciutad de los Reyes e, in seguito, Lima corruzione del nome indio Rimac, il fiume che vi passava. Francesco Pizarro alla fine del 1533 mandò in Spagna il fratello Hernando a riferire sulla conquista portando l'oro del re. Nel frattempo gli Spagnoli allargarono il loro controllo fino a Quito, rimasta fedele ad Atahualpa. I rapporti con gli indios ebbero però un improvviso peggioramento. L'Inca Manco, che non tollerava il suo scarso potere, i soprusi e le razzie degli Spagnoli nei confronti del suo popolo, tesseva i piani di una rivolta. Nei primi mesi del 1536 Hernando Pizarro che, tornato dalla Spagna si trovava a Cuzco, fu assediato, la fortezza cadde nelle mani dei rivoltosi e la città fu incendiata. Il tentativo di riprendere la fortezza costò la vita a Juan Pizarro, infine la fortezza fu riconquistata, ma l'assedio continuava. Francesco Pizarro da Lima, pure minacciata dalla rivolta, raccolse rinforzi, compresi quelli di Almagro che tornava da una sfortunata spedizione nel Cile contro gli Auracani. Almagro riprese Cuzco, Manco, abbandonato da buona parte dei suoi che ritornavano ai loro campi essendo ormai periodo di semina, si ritirò nelle regioni montagnose di Vilcabamba, dove lui e i suoi successori continuarono la guerriglia resistendo fino al 1572. Gli indios avevano dimostrato coraggio e disciplina e avevano anche imparato l'uso delle armi strappate agli Spagnoli e a montare i loro cavalli dimostrando una civiltà culturalmente più avanzata degli Aztechi. 
  I territori dell'impero Incas cadevano intanto uno dopo l'altro nelle mani degli Spagnoli. Benalcazar si spinse a nord nell'attuale Equador e fondò Guayaquil e poi in Colombia fino al mare delle Antille. Nel 1541 Gonzalo Pizarro da Quito scese nella valle del Napo e Francisco de Orellana, che era con lui, proseguì esplorando il Rio delle Amazzoni fino alla foce. Pietro di Valdivia si spinse nel Cile e fondò Santiago nel 1541. Nel 1545 furono scoperte le miniere di argento nel Potosì. 

  Gli Incas non erano ancora completamente sottomessi, quando iniziarono le lotte fratricide fra i conquistadores. Almagro riteneva che la concessione reale a Pizarro dei territori non comprendesse Cuzco e la pretendeva per sé. La contesa sfociò nella guerra civile, Almagro fu sconfitto, condannato a morte e giustiziato nel luglio 1538. La vendetta di seguaci di Almagro si fece attendere fino al 1541, la domenica del 26 giugno, quando 14 congiurati assaltarono la casa di Pizarro e lo uccisero. I cospiratori appoggiavano il giovane figlio di Almagro che subito riprese possesso di Cuzco. La situazione però non sfuggì di mano al rappresentante del re Vaca de Castro, inviato per collaborare con Pizarro, che seppe riprendere l'iniziativa imponendo la sua autorità. Le forze di Almagro furono sanguinosamente battute e la rivolta fu stroncata con l'esecuzione del giovane Almagro e di molti dei suoi seguaci. Poco dopo Vaca de Castro fu sostituito dal primo viceré nominato dalla corte nella persona di Blasco Nuñez Vela che prese possesso con numeroso seguito deciso ad applicare il nuovo codice per le colonie che limitava gli abusi dei coloni nei riguardi degli indios. I nuovi ordinamenti suscitarono però una violenta opposizione fra i coloni che utilizzavano gli indios come schiavi. Il viceré non fece nulla per sedare gli animi, anzi li inasprì con i suoi atteggiamenti sospettosi e azioni di ritorsione che arrivarono fino all'omicidio. Fra i suoi oppositori c'era Gonzalo Pizarro che, dal Chargas, dove sfruttava le miniere d'argento del Potosì, si sentiva investito dell'eredità del fratello. I ribelli si appellarono al Tribunale di Lima e il viceré fu deposto e imprigionato, ma poco dopo liberato; si rifugiò a nord, dove contava delle truppe fedeli, ma finì sconfitto ed ucciso da Gonzalo Pizarro. Questi era ormai il padrone indiscusso del Perù e, quando la notizia giunse alla corte di Spagna nell'estate del 1545, si capì che si rischiava la secessione della più ricca delle colonie. Il Consiglio della Corona decise delle misure concilianti inviando Pedro de la Gasca, un ecclesiastico che aveva dimostrato energia e discernimento in molte situazioni difficili. Nel luglio 1546 Gasca arrivò nel Darien come Presidente del regio Tribunale con tutti i poteri. I porti erano sotto il controllo dei seguaci di Pizarro ma Gasca, offrendo la completa amnistia, ottenne la sottomissione della flotta di Panama. In breve cominciarono le defezioni nel campo di Pizarro e le truppe reali cominciarono a sentirsi sicure di affrontare Gonzalo, ma subirono una prima sconfitta. Presto però la fortuna abbandonò Gonzalo perché le defezioni si moltiplicavano e, mentre gli eserciti erano di nuovo schierati, decise di arrendersi. Fu condannato a morte e giustiziato nel 1548. Dei quattro fratelli Pizarro rimase in vita soltanto Hernando, che nel 1539 era tornato in Spagna con la sua parte di oro prima dell'assassinio di Francisco. Alla corte, che si trovava a Valladolid, l'ambiente gli fu ostile perché c'erano i sostenitori di Almagro e la sua indole altezzosa non lo aiutò. Non ebbe un giudizio, ma fu imprigionato in fortezza, dove rimase per 20 anni e fu rilasciato vecchio e quasi povero, ma visse ancora a lungo e si dice che morisse a 100 anni. 
  Finito in Perù il periodo di anarchia, il potere passò saldamente nelle mani dei viceré. Con il viceré Francisco de Toledo, nominato nel 1569, crollò l'ultimo baluardo degli Inca nelle montagne di Vilcabamba. Tupac Amaru, figlio di Manco Inca, fu catturato con un'azione di sorpresa e portato a Cuzco. Fu giustiziato nel 1572 come tiranno e traditore, ma il suo ricordo rimase fra gli indios come quello di un eroe nazionale.
 

DAL DOMINIO COLONIALE ALL'INDIPENDENZA

  Gli Spagnoli istituirono nelle colonie il sistema delle encomiendas attraverso le quali imponevano un tributo in lavoro e prodotti dalle popolazioni locali. Lo sfruttamento intensivo delle miniere di argento e di mercurio trasformò ben presto l'economia della colonia da agricola in mineraria e andarono in rovina le opere di irrigazione dell'epoca incaica. La situazione degli indios peggiorò e furono decimati dalle malattie e dallo sfruttamento. Per compensare la riduzione della mano d'opera furono importati schiavi negri dall'Africa che, alla fine del 1700, erano circa 40000, nello stesso periodo la popolazione contava 1,3 milioni di abitanti dei quali 800000 indios (circa un decimo di prima della conquista), 200000 fra creoli e Spagnoli e 300000 meticci. Il Perù era la più ricca e importante delle colonie spagnole sudamericane e Lima era diventata una capitale aristocratica sede di un'università. Nel 1700 frequenti furono le rivolte dell'elemento indio, sempre represse nel sangue. Le più note furono quella di Juan Santos Atahualpa del 1741 e quella della Sierra del 1780, guidata da un cacicco che prese il nome di Tupac Amaru, a ricordo dell'eroe nazionale, e che costò la vita di circa 80000 indios. La stretta dipendenza dalla madre patria si traduceva nella segregazione commerciale, negli ostacoli a un'industria manifatturiera locale e nell'esclusione dei creoli dal potere reale. Nonostante ciò il Perù fu l'ultimo a conquistare l'indipendenza trascinato dai movimenti di emancipazione, ormai vittoriosi, dell'Argentina, con Josè di San Martin, e del Venezuela, con Simon Bolivar. San Martin, liberato anche il Cile, sbarcò con la flotta cilena a Paracas e, il 28 luglio 1821, entrava a Lima proclamando l'indipendenza. I realisti erano però ancora forti e, solo con l'aiuto di Bolivar e la brillante vittoria ad Ayacucho (dicembre 1824) del suo luogotenente Sucre, gli Spagnoli finirono con il lasciare definitivamente il paese. Seguirono le dispute territoriali con i vicini. La formazione della Grande Colombia a nord, che poi si divise in Equador e Colombia, sottrasse una parte del territorio al Perù e lasciò strascichi di rivendicazioni. Gli altipiani del sud-est formarono il nuovo stato della Bolivia. L'indipendenza non migliorò la condizione degli indigeni perché le terre finirono nelle mani dei creoli, ma nel 1854 fu tolto il tributo degli indios e gli schiavi furono emancipati. Per circa 30 anni dal 1840, con l'estrazione ed esportazione del guano come fertilizzante dalle isole al largo di Lima, si ebbe una certa prosperità. Nel 1879 scoppiò la guerra del Pacifico per una disputa fra Cile e Bolivia sul deserto di Atacama, una regione i cui confini non erano ben stabiliti ed era ricca di miniere di salnitro oltre ad essere per la Bolivia l'unico sbocco al mare. La scintilla fu un disaccordo nella spartizione delle tasse sui proventi delle miniere; nell'aprile del 1879 il Cile invase la regione contesa e il Perù intervenne in appoggio alla Bolivia in virtù di un trattato di alleanza. La flotta cilena bloccò la costa boliviana, annientò la flotta peruviana e i Cileni invasero il Perù occupando Lima e si spinsero a nord fino a Cajamarca. La resistenza del Perù proseguì fino al 1883 e finì con la pace Ancon. Con essa la Bolivia perdeva il suo sbocco al mare e il Perù alcune terre di confine. La sconfitta ebbe un effetto traumatico sulla società peruviana e sulle sue forze armate e seguì un lungo periodo di crisi politica ed economica. L'economia si risollevò durante il periodo della prima guerra mondiale europea con l'aumento della richiesta di esportazioni e da questo momento l'economia del Perù ritornò all'agricoltura. Il Perù ebbe due nuove costituzioni nel 1920 e nel 1933. Tra il 1941 e il 1942 si accese un'altra contesa con l'Equador per i confini sulla regione amazzonica, ma la guerra fu rapida e si risolse con un vantaggio territoriale del Perù. In politica si alternarono governi militari e civili. Nel 1965 sorsero movimenti di guerriglia che portarono a un altro periodo d'instabilità e a un governo militare fra il 1968 e il 1980 (intorno alla data del viaggio). 
  Molti avvenimenti sono successi dopo, fino al 2003. Nel decennio del 1980 si diffuse il movimento insurrezionale del Sendero Luminoso d'ispirazione maoista. Si aggiunse poi il Movimento Rivoluzionario Tupac Amaru (MRTA) ispirato alle rivendicazioni degli indigeni e alla rivolta del 1780. Nel 1990 le elezioni presidenziali portarono al governo Alberto Fujimori di origini giapponesi che affrontò l'inflazione e i movimenti insurrezionali con misure drastiche e, di fronte a una forte opposizione, con un colpo di stato sciolse il Congresso nel 1992, cambiò la costituzione, fu rieletto nel 1995 e anche nel 2000, ma fu coinvolto in uno scandalo di corruzione e violazione dei diritti umani e si dimise espatriando in Giappone. Le nuove elezioni che si sono avute nel 2001 hanno eletto Alejandro Toledo, un economista indigeno delle Ande di povera famiglia. Con Toledo è tornata la democrazia in Perù e sono stati processati i responsabili di corruzione e violenze. Le prossime elezioni sono previste nel 2006.
 

IL VIAGGIO

peru_s2.gif  Il viaggio in Perù e Bolivia è stato organizzato in modo autonomo secondo una bozza di itinerario con prima tappa nella capitale Lima, seconda ad Arequipa che, trovandosi oltre i 2300 m, permetteva un parziale adattamento alle alte quote, e la terza tappa a Cuzco, sulle Ande (3400 m). Era previsto il percorso via terra fino a La Paz, in Bolivia, e il ritorno da La Paz, via Rio de Janeiro. Partenza il 7 agosto da Roma e voli aperti. I dettagli dell'itinerario sono stati stabiliti e contrattati a Lima con un'agenzia locale. 
  La descrizione del viaggio parte dalla capitale Lima, mosaico di aspetti antichi e moderni, e qui si prende il primo contatto anche con le origini delle civiltà sudamericane visitando il Museo Nazionale di Archeologia e alcuni resti archeologici nei suoi dintorni. L'impressione di meraviglia e di mistero si accentua osservando dall'alto la pampa di Nazca e i suoi fantastici disegni. 
  S'inizia poi l'avvicinamento alla catena andina facendo una sosta ad Arequipa, una città a oltre 2300 m di altezza, ai piedi di un gigantesco vulcano spento. Qui sembra che il tempo si sia fermato nella bianca architettura coloniale. 
  Dopo Arequipa si fa il salto a Cuzco, l'antica capitale dell'impero incaico e qui si entra in pieno in un mondo perduto, ma che attraverso le pietre racconta la sua potenza. Il percorso si snoda poi lungo una successione di antiche fortezze degli Incas e, seguendo la valle dell'Urubamba, si raggiunge la città perduta di Machu Pichu, un luogo affascinante da ammirare in silenzio. La tappa successiva è sul lago Titicaca, a Puno, che si raggiunge da Cuzco con una delle ferrovie più alte del mondo in un percorso panoramico. Il lago Titicaca è il più alto del mondo, al confine fra il Perù e la Bolivia che se lo dividono, ma non c'è differenza fra le popolazioni di qua e di là della frontiera, immobili nelle loro tradizioni. 
  Dal lago si passa in Bolivia dove, in una continuità di tempo e di storia, si possono ammirare le rovine megalitiche di Tiahuanaco. La città di La Paz è l'ultima tappa, città dai grandi dislivelli che giace in un profondo cañon prodotto dall'erosione ed è circondata dalla Cordillera Real con le sue nevi eterne.
 



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