Zaire - Beni


Beni è la città più settentrionale della regione di Kivu, luogo privilegiato per osservare (tempo permettendo) la catena del Ruwenzori, al confine con l'Uganda. La vetta più alta della catena, di 5109 m, è la terza dell'Africa dopo di quelle del Kilimangiaro (5894) e del Monte Kenya (5599). Ruwenzori, nella lingua locale, significa "montagna della pioggia" per la grande piovosità della zona. A nord di Beni inizia la regione delle foreste dell'Ituri, scarsamente popolata, e territorio dei pigmei. La città ha circa 80000 abitanti e, nei dintorni, le coltivazioni principali sono il caffè e la papaia, frutto originario dell'America Centrale, delle dimensioni di un melone, dal cui succo si produce localmente la papaina, una polvere bianca richiesta come enzima nelle industrie farmaceutiche, chimiche e alimentari. Per la sua posizione strategica, sulla via commerciale per l'Uganda e il Kenya, i Belgi fecero di Beni un centro amministrativo e i missionari cattolici v'istituirono le prime scuole. Fino al 1980, la produzione e l'esportazione del caffè e della papaina fecero la ricchezza della città. Con la crisi economica del paese, ora tutto si è fermato. 

  Arrivo all'aeroporto di Beni nella tarda mattinata del 14 agosto e prendo alloggio all'Hotel Beni, un edificio basso all'interno di un parco con un albero di papaia sulla fronte che ha i frutti disposti a grappolo intorno al tronco, sotto la chioma. Comincio con il raccogliere le prime informazioni sulla città ed esco per orientarmi. Il centro di Beni è una lunga strada, l'Avenue Mobutu, l'unica asfaltata, lungo la quale si trovano gli edifici più importanti, uffici pubblici, alberghi, banche e agenzie. Fuori da questo centro, l'abitato si espande su un'ampia area con piccole case modeste, capanne nel verde e strade di terra battuta. 

BENI

A sinistra, l'Hotel Beni in un piccolo parco e un albero di papaia davanti.
A destra, l'abitato di Beni fra stradine di terra battuta.

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  La strada che attraversa la città è l'arteria di traffico più importante che prosegue verso sud-est per la frontiera con l'Uganda. A Beni non arriva l'energia elettrica e per le esigenze locali si usano gruppi elettrogeni autonomi. Per l'acqua potabile c'è una centrale di depurazione che lavora solo di giorno e fornisce 800 mc di acqua a pagamento. 

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Panorama verso la catena del Ruwenzori.

 

  A Beni c'è una missione cattolica, dove studiano diversi giovani che poi lavorano nelle parrocchie per l'assistenza sociale alla popolazione. Mi presentano un giovane seminarista di nome Joseph, prossimo a diventare Abate, che si offre di farmi da accompagnatore. Per prima cosa mi porta su un punto panoramico fuori l'abitato, dove nelle giornate limpide si può vedere la catena del Ruwenzori che culmina nella cima Margherita (5109 m), scalata per la prima volta dal principe Amedeo di Savoia, Duca degli Abruzzi, che le assegnò il nome della regina italiana, Margherita. Le cime dei monti si trovano lungo il confine fra Zaire e Uganda. La catena è lunga 130 km e larga 35 e il limite delle nevi eterne è di 4500 m. Sotto questa quota, l'alto tasso di umidità e l'abbondanza delle piogge favoriscono la formazione, sulle pendici, di una foresta pluviale e di una vegetazione incredibilmente densa. Il contrasto fra la vegetazione della base e la cappa di neve, che spesso emerge da uno strato di nubi, crea effetti fantastici che spiega il nome dato a questa zona di "Montagne della Luna". A differenza delle altre due montagne più alte d'Africa, Kenya e Kilimanjaro, che sono di origine vulcanica, il Ruwenzori è costituito da rocce intrusive e si è formato nel Miocene, circa 35 milioni di anni fa. In questa stagione le nubi coprono il panorama. 
  Si fa poi un giro per il villaggio e il mio accompagnatore spiega che la popolazione rurale, qui come in tutto il resto del paese, è molto povera. Le famiglie hanno molti figli, fino a 10, ma c'è un alto tasso di mortalità per denutrizione e malattie; la malaria è la più comune. Un bambino su tre muore prima di un anno; fra i due e i cinque anni, uno su tre muore per malnutrizione. La scuola è teoricamente obbligatoria, ma solo due bambini su tre trovano posto nella scuola primaria e, di questi, solo il 25% finisce il ciclo primario d'istruzione. I metodi di coltivazione sono primitivi, quasi assenti i macchinari per l'agricoltura e s'importa quasi il 50% dei prodotti alimentari. Anche i prodotti più semplici, necessari alla vita moderna, sono importati a costi elevati. L'alimento più comune delle persone meno abbienti è la manioca, un arbusto della famiglia delle Euforbiacee, che produce dei tuberi da cui si estrae una farina con più del 21% di amido e un 5% di zuccheri, ma è tossica per il contenuto di acido cianidrico. Questo è eliminato per lavaggio e cottura. La farina, resa commestibile, prende il nome di cassava o tapioca. Un'alimentazione basata su questa farina, per il suo bassissimo contenuto di proteine, provoca effetti di denutrizione, specie nei bambini che presentano viso smunto, occhi dilatati e ventre gonfio, per mancanza di proteine. 

 

BENI

A sinistra, case di contadini.
A destra, manioca stesa a essiccare davanti a una capanna.

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  Chiedo a Joseph se nelle vicinanze si trovano gruppi di pigmei da visitare. La risposta è positiva e mi promette di accompagnarmi da loro. Mi spiega che i loro gruppi sociali di cacciatori raccoglitori non sono selvaggi tenuti segregati dalla società civilizzata, anzi la loro economia è stata complementare a quella degli abitanti dei villaggi bantu, agricoltori e commercianti fuori della foresta. I prodotti della caccia e della pesca oltre a servire per la loro sussistenza, erano oggetto di scambio nei villaggi con i prodotti dell'agricoltura e quelli di tecnologie avanzate come oggetti metallici utili, punte di lancia e utensili di ferro, alluminio e terracotta, tabacco alcool e vestiti. I pigmei sono stati da sempre cacciatori abili e coraggiosi ed è noto che, anche prima del periodo coloniale, con la loro caccia agli elefanti, erano i maggiori fornitori dei mercanti di avorio. Certo l'arrivo degli europei e l'avvento del colonialismo hanno rotto questo equilibrio, gli stranieri hanno creato piantagioni di tabacco, cacao e caucciù, hanno sfruttato il legno delle foreste e costruito strade attraversandole. La tratta degli schiavi, prima, e il lavoro forzato instaurato nelle colonie, se non colpirono direttamente i pigmei, cambiarono in dipendenza servile il loro rapporto con gli abitanti dei villaggi che, approfittando della loro superiorità, sono diventati in pratica i loro padroni. Ora la situazione va cambiando; essi sono rimasti sempre gelosi delle loro tradizioni e, nei rapporti, c'è sempre una certa diffidenza specie nei riguardi degli stranieri. 

IL VILLAGGIO DEI PIGMEI

  Il giorno dopo, nel pomeriggio, Joseph mi accompagna a visitare una piccola tribù di pigmei che, dati i più frequenti rapporti con le popolazioni locali nei dintorni di Beni, vivono in forma quasi stazionaria. In macchina, si segue una pista sterrata per alcuni chilometri e si arriva a un gruppo di capanne al margine della foresta. Ci vengono incontro gli abitanti, molti bambini, uomini e donne. L'altezza media degli uomini è di 140 cm e non superano i 150, quella delle donne è 130, il colore della pelle non è nero ma marrone chiaro. I pigmei dell'Ituri, che è un affluente dello Zaire nella provincia omonima sull'estremo nord-est, sono circa 100000. Le capanne del villaggio sono rettangolari alte 2 m, le mura realizzate con una fila di pali infissi nel terreno, legati orizzontalmente con liane, il tutto sigillato con fango disposto a mano. La copertura è una struttura di rami e strati di foglie. Le capanne degli accampamenti nella foresta, durante la caccia, sono invece circolari e più semplici e servono solo come rifugio per la notte. I pigmei vivono all'aperto e sono abituati alle piogge. 

  La presenza di Joseph, conosciuto dalla tribù, è stata utile per superare le resistenze del capo villaggio e permettere le fotografie dietro compenso. Dalla ritrosia a concedere il permesso, ho capito che la curiosità del turista era interpretata come un'intromissione indebita nelle loro regole sociali e una violazione delle credenze animistiche, non compensata dal modesto vantaggio economico che ne derivava. Era evidente che non erano ancora abituati ai turisti. In conclusione li ho ripresi in tre delle quattro foto riportate nel seguito. 

 

VILLAGGIO DEI PIGMEI

A sinistra, la pista che porta al villaggio dei pigmei.
A destra, il gruppo dei pigmei davanti al villaggio. L'uomo più alto è il capo della tribù.

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VILLAGGIO DEI PIGMEI

A sinistra, un'altra foto degli abitanti. 
A destra, Joseph fotografato con un gruppo di bambini della tribù.

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  Il giorno dopo la visita al villaggio, ho dovuto organizzare la mia partenza per Goma da dove è possibile la visita al Parco Nazionale del Virunga. Il volo è stato prenotato per il giorno dopo, 17 agosto. Joseph mi ha parlato delle sue prospettive; dopo la nomina ad Abate, pensa di passare alle dipendenze della diocesi di Uvira, vicino a Bukavu. Ci salutiamo scambiandoci gli indirizzi.


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