Ultimi Viaggi - Israele: la Terra e la Storia




Questo viaggio di soli nove giorni in Israele è stato organizzato con lo scopo, certo troppo ambizioso, di conoscere questo piccolo stato dalla lunga storia, al centro di tanti problemi internazionali e sintesi di tutte le contraddizioni politiche e sociali del nostro tempo. Si può dire, tuttavia, che attraversando quasi tutto il paese e toccando i suoi siti archeologici e storici principali, si sono appresi tradizioni e avvenimenti antichi e recenti che sono all’origine dei problemi attuali. L'introduzione storica che segue è una cornice necessaria per inquadrare immagini e descrizioni lungo il diario del nostro itinerario.  

Israele ha una superficie di 20400 kmq e una popolazione di 7,23 milioni di abitanti (2009), il 78,1% ebreo, il 21,9% arabe e altre minoranze. Lo stato confina a nord con il Libano, a nord-est con la Siria, a est con la Cisgiordania e la Giordania, a sud-ovest con l’Egitto e la Striscia di Gaza, a nord-ovest è bagnato dal Mar Mediterraneo e a sud ha uno sbocco nel golfo di Aqaba che comunica con il Mar Rosso e l'oceano Indiano. Il territorio è in prevalenza arido, lungo la costa mediterranea si trova la parte più fertile e pianeggiante, a oriente il terreno scende nella valle del Giordano fino a 200 m sotto il livello del mare e più di 400 in corrispondenza del Mar Morto, parte della fossa tettonica creata dal distacco fra placca africana e asiatica. Nella zona centrale vi sono colline e altipiani, a sud si stende il Negev, zona in prevalenza desertica fino al golfo di Aqaba.  
Israele non ha materie prime e la sua ricchezza economica è stata prodotta dalle risorse umane, prima con lo sviluppo dell'agricoltura con metodi avanzati, come la tecnica d'irrigazione a goccia, e dopo con lo sviluppo industriale e tecnologico che li ha portati all'avanguardia in molti settori.  
Dall'ultimo censimento all'inizio del 2010, gli israeliani sono 7,5 milioni e vi sono 1,5 milioni di arabi israeliani palestinesi residenti che votano nelle elezioni locali, ma non fanno il servizio militare. Non lo fanno anche gli ebrei ultraortodossi, che costituiscono il gruppo con il maggiore sviluppo demografico.  
Il governo di Israele è una democrazia parlamentare con il potere legislativo affidato a un'Assemblea Nazionale (Knesset) di 120 deputati, che approva le leggi ed elegge il Presidente della Repubblica. Il Primo ministro è incaricato dal Presidente della Repubblica e chiede la fiducia al Parlamento.  
I principali partiti sono il Laburista, che è stato guidato da Yitzhak Rabin e Shimon Peres, il Likud, conservatore nazionalista, fondato da Monachem Begin nel 1973 e poi guidato da Benjamin Netanyahu, e il Kadima, centrista, fondato da Ariel Sharon e guidato infine da Ehud Olmert.  

Il primo documento che menziona Israele è la Stele del faraone Merenptah della XIX dinastia risalente al 1209-08 a.C. che descrive le campagne militari nella terra di Canaan e parla di questo popolo nomade che abitava l’attuale Palestina. Gli Egiziani furono i primi a conquistare la Palestina. Nella tradizione ebraica Israele era il nome di Giacobbe, nipote di Isacco. L’unica fonte storica disponibile della storia del popolo ebreo è il Libro della Genesi che fu redatto nel V secolo a.C.. Dopo l’esodo dall’Egitto e il ritorno in Palestina, le tribù d’Israele combatterono contro i filistei e i cananei e si unirono sotto il re Saul, vissuto forse fra il 1030 e il 1010 a.C.. Saul fu sconfitto e ucciso dai filistei e le tribù furono poi riunite sotto il re David (1010-970) che aveva fondato il regno di Giuda scacciando i gebusei dalla loro capitale Jerushalaim (Gerusalemme), che egli chiamò Sion. David unificò le tribù del nord e quelle del sud e fu re di Giuda e d’Israele. Secondo la tradizione ebraica il punto più sacro della città era il Monte Moriah da cui Dio raccolse la terra per creare Adamo e fu il punto dove Abramo portò il figlio Isacco per sacrificarlo, ma un angelo lo sostituì all’ultimo momento con un ariete. Su questa roccia Salomone (965-928), figlio di David, eresse il Primo Tempio e vi depose l’Arca dell’Alleanza, dove custodì le Tavole della Legge portate da Mosè. Dopo Salomone il regno di Israele si divise in Regno di Israele, a nord, e regno di Giuda a sud, con capitale Gerusalemme. Nel 722 l’invasione assira distrusse il regno d’Israele, assediò Gerusalemme, che non fu conquistata, e il regno di Giuda divenne tributario degli Assiri. Circa un secolo dopo, nel 587, il re di Babilonia, Nabucodonosor, conquistò Gerusalemme, distrusse il Tempio e deportò a Babilonia la parte più importante della popolazione. L’esilio babilonese, prima diaspora (dispersione) degli ebrei, durò fino al 538 e fu il periodo dei profeti come Geremia ed Ezechiele che mantennero viva la speranza di un ritorno e in questo periodo iniziò la stesura del Pentateuco, i 5 libri della Torah. Nel 539, Ciro Re dei Persiani conquistò Babilonia e permise il ritorno in patria degli Ebrei. Dal 520 al 515 fu ricostruito il Secondo Tempio e si diffuse la speranza messianica di una restaurazione. Dalla delusione delle profezie seguì il movimento apocalittico fino al II secolo. Nel 332, Alessandro Magno, diretto in Egitto, occupò la Palestina e la Giudea e assicurò libertà di culto. Gli ebrei vennero così a contatto con la cultura ellenista e, alla divisione dell’impero di Alessandro, passarono sotto i Tolomei. Nel 200 a.C., gli Ebrei favorirono il re Seleucide Antioco III nella conquista della Palestina, perché garantiva privilegi fiscali, ma i suoi successori saccheggiarono due volte il Tempio e avviarono un’assimilazione forzata. Scoppiarono rivolte e nel 164, Giuda Maccabeo (martello), capo della resistenza, riuscì a conquistare Gerusalemme e riconsacrò il Tempio. Gli ebrei estesero il loro controllo su tutta la Palestina. In Giudea si instaurò la dinastia Asmonea dei successori di Maccabeo (134-63) fino alla conquista romana di Pompeo nel 63, quando la Giudea divenne Protettorato romano. Prima fu governata da Erode Antipatro, che ebbe la carica da Giulio Cesare, e nel 37 dal figlio Erode, detto poi il Grande che governò fino alla sua morte nel 4 a.C.. Erode il Grande, riconosciuto da Augusto come re dei Giudei, fu un sovrano sospettoso e crudele e fece uccidere moglie, figli e parenti e buona parte del Sinedrio, la magistratura ebraica. Molto ambizioso, intraprese il restauro e l’ampliamento del Tempio di Gerusalemme, fondò diverse città come Cesarea sul mare, che dedicò ad Augusto, costruì e restaurò molte fortezze, fra cui Masada. Durante il suo regno è avvenuta la nascita di Cristo (al 6-7 a.C.) e, fra il 28 e il 30, la sua crocifissione. Alla morte di Erode il regno fu diviso fra i figli, ma nel 44 la Giudea tornò provincia romana e presto fu sconvolta da movimenti religiosi e nazionalistici fino allo scoppio della prima rivolta nel 66 d.C., che fu chiamata dai Romani Prima Guerra Giudaica. Per incarico di Nerone, il generale Vespasiano venne in Galilea con la Decima Legione Fretensis, perché proveniente dallo stretto di Messina (Fretum Siculum). Eletto imperatore nel 69, alla morte di Nerone, Vespasiano incaricò il figlio Tito per la conquista di Gerusalemme. Nel 70 la città fu presa e il Secondo Tempio distrutto. Tito tornò a Roma e celebrò il suo trionfo portando gli arredi del Tempio fra cui la Menorah, il candelabro a sette braccia, riprodotto nell'arco a lui dedicato. La rivolta ebbe il suo epilogo con la resistenza della setta degli Zeloti nella fortezza di Masada, che fu espugnata nel 73 con il suicidio in massa degli ultimi difensori.  

Con la caduta di Gerusalemme, inizia la seconda diaspora degli ebrei che formarono comunità ebraiche in varie zone del Medio Oriente, specie ad Alessandria d’Egitto e Cirene. I movimenti messianici e apocalittici creavano fra i religiosi l’attesa della riscossa giudaica. La seconda grande rivolta giudaica scoppiò in successione, fra il 115 e il 117 d.C., in Cirenaica, Egitto, Cipro e Mesopotamia. Il terremoto che devastò la capitale della Siria nel 115 fu visto come un segno divino. Gli scontri esplosero contro i residenti pagani e per questo furono facilmente repressi dai Romani. In Egitto le rivolte scoppiarono solo nelle campagne, a Cipro i ribelli massacrarono gli abitanti di Salamina e dopo i Giudei furono scacciati definitivamente dall’isola. In Mesopotamia la rivolta scoppiò mentre Traiano combatteva contro i Parti, ma fu domata. In Giudea fu rafforzato il contingente romano perché una rivolta fu capeggiata da un uomo, che si diceva il Messia, Simon Bar Kochba, che resistette tre anni, dal 132 al 135, quando morì in combattimento e Gerusalemme fu ripresa. Dopo la repressione, Adriano vietò agli Ebrei di vivere nella città e di avvicinarsi alle rovine del Tempio. La città divenne colonia romana e fu chiamata Aelia Capitolina, dal nome di Adriano (Aelius). Si disse che i Romani avessero costruito sulla spianata del Tempio quello della Triade capitolina con Giove, Giunone e Minerva, ma non si è avuta nessuna prova di questo. Fra il I e il V secolo, i rabbini in esilio a Babilonia e in Palestina, depositari dei riti della religione, compilarono due versioni del Talmud, il testo delle tradizioni sacre degli Ebrei e alla fine del II secolo d.C., fu trascritta la Mishnah, la più antica legge orale del popolo ebraico, che raccoglie le regole degli ebrei ortodossi.  

Mentre la diaspora degli Ebrei diveniva completa, la nuova religione del Cristianesimo si diffondeva nell’impero romano superando le prove delle persecuzioni, cui la sottoponevano gli imperatori. Nel 313 l’imperatore Costantino legalizzò il cristianesimo e la madre, Elena, visitò la Palestina e identificò i luoghi, che ricordavano la vita e morte di Gesù. A Gerusalemme fu costruita nel 335 la prima basilica del Santo Sepolcro. Da questo momento, cominciò il pellegrinaggio nei Luoghi Santi.  
Diviso l’impero romano in Occidente e Oriente bizantino, la Palestina rimase sotto i bizantini e Gerusalemme ebbe un suo apogeo con l'imperatore Giustiniano (527-565). Dopo, la situazione si complicò per le discriminazioni e persecuzioni dei cristiani eretici monofisiti, ariani e nestoriani che indusse il re persiano Corsoe II a iniziare una campagna militare contro l'imperatore bizantino Eraclio. Nel 614 i Persiani entrarono in Palestina, aiutati dalle comunità giudaiche, dalla Galilea del nord fino a Gerusalemme, dove la resistenza degli abitanti, provocò un massacro e la distruzione dei santuari. Si salvò solo la Basilica della Natività a Betlemme. I Persiani arrivarono in Egitto e Anatolia, ma la reazione di Eraclio fra il 624 e il 630 fece crollare l'impresa sasanide.  
Nel 638, in Palestina arrivò il califfo Omar, secondo successore del profeta Maometto. Poiché Gesù era considerato un profeta e un precursore dell’islam, Omar rispettò i cristiani e i loro luoghi sacri. Anche il Monte del Tempio era considerato un luogo sacro, perché si credeva che da qui Maometto fosse asceso al cielo per contemplare il paradiso e Gerusalemme era la terza città santa, dopo La Mecca e Medina. I califfi successivi costruirono sul Monte, ridotto a una discarica durante il periodo bizantino, la Moschea di al-Aqsa e la Cupola della Roccia. Nel 1009, il califfo Hakim iniziò le persecuzioni contro i non musulmani e fece distruggere chiese e sinagoghe. Nel 1071 vennero i turchi selgiuchidi che proibirono i pellegrinaggi cristiani e nel 1095 il papa Urbano II bandì le crociate.  
Il primo tentativo del 1096, guidato dall’eremita Pietro d’Amiens e seguito da una massa improvvisata spinta dal fanatismo, andò incontro a un completo disastro. Nel 1099, un esercito ben organizzato guidato da Goffredo di Buglione s’impadronì di Nicea e Antiochia ed entrò in Gerusalemme massacrando la popolazione musulmana ed ebrea. I crociati fondarono il Regno Latino, importando lo stato feudale, e il primo re fu Baldovino I che si fece incoronare a Betlemme il giorno di Natale e regnò dal 1010 al 1118.  
La perdita di Edessa, occupata dai musulmani nel 1141, fu il segnale della seconda crociata (1144-1148) che non ebbe nessun risultato per i contrasti fra crociati. Tuttavia nel Regno di Gerusalemme si susseguirono otto re, fino a Guido I di Lusignano che, nel 1187, subì la sconfitta nella battaglia di Hattin (1187) dal sultano Salah ad-Din (Saladino), che occupò Gerusalemme. Seguì la Terza Crociata (1187-1192) guidata dall’imperatore tedesco, Federico Barbarossa, che morì in Cilicia guadando un fiume. La crociata proseguì con il re d’Inghilterra, Riccardo Cuor di Leone, che riuscì nella conquista di San Giovanni d’Acri, divenuta la nuova capitale del Regno Latino, e fece un accordo con il Saladino che gli garantì il libero accesso dei pellegrini a Gerusalemme.  
La Quarta Crociata, indetta dal papa Innocenzo III (1202-1204), fallì perché dirottata per la conquista di Costantinopoli, dove l’imperatore Isacco Angelo era stato spodestato da una rivolta. Costantinopoli fu presa e saccheggiata e l’impero diviso fra i crociati con il massimo dei benefici commerciali a Venezia che aveva fornito la flotta.  
La Quinta Crociata (1228-1229) fu quella dell’imperatore Federico II di Germania che raggiunse in Palestina un accordo con il sultano d’Egitto per ottenere una signoria su Gerusalemme e i luoghi santi, ma si trattò di un risultato effimero perché nel 1244 i musulmani ripresero Gerusalemme e da questo momento rimase nelle loro mani.  
La Sesta e la Settima Crociata, dal 1248 al 1270, furono quelle di Luigi IX di Francia, che finirono con brucianti insuccessi, la prima perché il re fu catturato dai musulmani e liberato con un pesante riscatto, la seconda per una terribile pestilenza che decimò i crociati. Nel 1291 cadde San Giovanni d’Acri e crociati e Cavalieri di San Giovanni lasciarono la Terra Santa.  
Costantinopoli cadde nelle mani dei Turchi ottomani nel 1453, la Palestina fu annessa al loro impero nel 1516 e vi rimase per quattro secoli. Il Sultano Solimano il Magnifico (1520-66) circondò la Città Vecchia di Gerusalemme con la cerchia di mura che si è conservata fino ad oggi. 
Durante il dominio ottomano, le diverse comunità religiose della Palestina trovarono un modo per gestire pacificamente i loro riti nei luoghi santi che avevano conservato. Nel 1852, fu reso ufficiale un accordo di Status Quo per cui a ogni comunità erano riconosciuti i diritti di cui godeva impegnandosi a non interferire con le altre. Questo in pratica congelò riti e diritti che furono gelosamente difesi da ciascuno. All’inizio del XIX secolo in Palestina vivevano circa 10000 ebrei, una minoranza rispetto agli arabi, ma nel corso del secolo cominciarono ad aumentare per le migrazioni di ebrei che fuggivano alle persecuzioni in Russia e da vari paesi dell’est europeo. Il movimento Sionista sorse in Europa alla fine del XIX secolo, come movimento politico laico internazionale, per reazione all’antisemitismo diffuso in Europa, con lo scopo di creare uno stato ebraico in terra di Israele. Fondatore del Sionismo è considerato Theodor Herzl, un giornalista dell’impero austro-ungarico, ebreo ashchenazita, cioè di origine centro-europea, che seguì l’affare Dreyfus a Parigi e si rese conto che assimilazione e integrazione degli ebrei nelle diverse nazionalità erano impossibili e gli ebrei avevano bisogno di un loro Stato. Nell’agosto del 1897, durante il primo Congresso Sionistico a Basilea, in Svizzera, fondò l’Organizzazione Sionistica. Il movimento cominciò ad acquistare terreni in Palestina, nel 1909 fu fondata Tel Aviv e la prima associazione di lavoratori a struttura socialista, il kibbutz sul lago di Tiberiade (Deganya). Nel 1917, al crollo dell’Impero ottomano durante la prima guerra mondiale, il Governo Britannico s’impegnò con la Dichiarazione di Balfour a sostenere la creazione di uno stato ebraico in Palestina. Finita la guerra, nel 1920, la Gran Bretagna ottenne dalla Società delle Nazioni il Mandato sulla Palestina e il movimento sionista cominciò a organizzarsi raccogliendo fondi per la creazione dello Stato Ebraico. Durante il Mandato britannico la popolazione ebrea raggiunse e superò ben presto i 100000 abitanti. Cominciò per reazione l’opposizione della popolazione araba, che rimaneva sempre la maggioranza, alla quale la Gran Bretagna aveva promesso l’autodeterminazione. Nell’agosto 1929, si ebbero i primi scontri generalizzati a Gerusalemme intorno alla Spianata delle Moschee e nella città di Hebron. Le migrazioni di ebrei continuarono, dalla Polonia dopo il 1924, e poi dalla Germania, con le leggi razziali del 1933, e portarono la popolazione ebraica in Palestina a 400000 nel 1936. La situazione precipitò con lo scoppio della rivolta della maggioranza araba dal 1935 al 1939 che fece molte vittime fra i contendenti. Alla fine la Gran Bretagna decise di limitare l’immigrazione e la vendita dei terreni agli ebrei. Da questo momento i clandestini furono internati a Cipro e le navi che portavano gli immigrati furono respinte ma, essendo ormai scoppiata la Seconda Guerra Mondiale, molte affondarono.  

La guerra e la tragedia dei campi di sterminio nazisti (la Shoah) non fecero che aumentare l’immigrazione clandestina e, finita la guerra, nel 1947 la Gran Bretagna decise di rimettere il mandato palestinese all’ONU, che ebbe il compito di risolvere la situazione. Lo stesso anno l’Assemblea delle Nazioni Unite approvò la risoluzione 181 che proponeva la creazione di due stati, ebraico e arabo, con Gerusalemme amministrata dall’ONU. Lo stato ebraico era diviso in tre zone collegate da passaggi extraterritoriali. La proposta fu accettata dall’Agenzia Ebraica, pur con le sue riserve, ma rifiutata dagli arabi. Vi furono subito azioni di guerra da ambedue le parti, gli Israeliani agirono per modificare i confini stabiliti e garantire la loro sicurezza da infiltrazioni, occupando posizioni strategiche. Il 9 aprile 1948, furono responsabili del massacro di Deir Yassim, un villaggio che si era dichiarato neutrale, ma fu attaccato dall’ala estremista israeliana guidata da Monachem Begin, il futuro primo ministro. Cominciò così la fuga in massa dei palestinesi terrorizzati dai loro villaggi. Il 14 maggio 1948 Ben Gurion, presidente dell’Agenzia Ebraica, che rappresentava gli ebrei residenti in Palestina, proclamò a Tel Aviv, in modo unilaterale, la nascita ufficiale dello Stato di Israele, subito riconosciuto dall’Unione Sovietica, dagli Stati Uniti e da altre nazioni dell’ONU. Il 15 maggio le truppe britanniche si ritirarono dai territori del Mandato.  
Il 15 maggio stesso, gli stati arabi di Egitto, Siria, Libano, Iraq e Transgiordania attaccarono da sud, nord ed est il nuovo stato iniziando la Prima Guerra arabo-israeliana del 1948. Fin dall’inizio gli Israeliani riuscirono a mettere in campo, un numero maggiore di combattenti degli arabi e organizzarono anche una forza aerea con aerei acquistati dalla Cecoslovacchia. A fine maggio bombardarono Amman. Gli Egiziani, che erano avanzati lungo la costa, furono fermati ad Ashkelon e i Siriani furono bloccati dalla reazione dei kibbutz israeliani. Più efficace fu l’attacco sferrato dalla Legione Araba della Transgiordania su Gerusalemme, dove avvennero combattimenti casa per casa dal 17 maggio e le forze israeliane furono scacciate dai quartieri arabi ed ebraici della Città Vecchia. L’ONU promosse una tregua, con la mediazione dell’uomo politico svedese Falk Bernadotte, questa entrò in vigore l’11 giugno e finì l’8 luglio, dopo 28 giorni, perché le proposte furono respinte da tutti. Riprese le ostilità, l’offensiva israeliana si assicurò il corridoio da Tel Aviv a Gerusalemme, provocando l’esodo generale dei palestinesi da questa regione, e conquistarono anche le posizioni dominanti Gerusalemme e la città di Ramallah. Nel nord gli Israeliani conquistarono tutta la Bassa Galilea con Nazareth. Il 18 luglio fu accettata la seconda tregua dell’ONU e Folk Bernadotte propose una nuova partizione della Palestina che prevedeva l’annessione delle aree arabe con il Negev alla Transgiordania, mentre lo Stato ebraico avrebbe avuto l’intera Galilea, e Gerusalemme rimaneva città internazionale. Si assicurava inoltre il ritorno dei rifugiati alle loro terre oppure un indennizzo. Anche questa volta ambedue le parti respinsero il piano e, il 17 settembre, Folk Bernadotte fu assassinato da un gruppo di irregolari sionisti. Il 15 ottobre ripresero le ostilità. Entro ottobre gli Israeliani conquistarono l’intera Alta Galilea respingendo l’esercito libanese ed entrando nel Libano. Nel sud invasero il Negev settentrionale lungo la strada da Gerusalemme-Hebron-Beersheva, con l’intento di aggirare le forze egiziane lungo la costa e, entro dicembre, avevano conquistato l’intero Negev entrando nel Sinai egiziano. A dicembre l’Assemblea Generale dell’ONU approvò la Risoluzione 194 con cui proponeva che i rifugiati potevano tornare alle loro case per vivere in pace o avrebbero ricevuto un indennizzo e creava una Commissione di Conciliazione per risolvere tutti i problemi. Questa Risoluzione non ebbe alcun seguito nelle trattative che seguirono e il problema dei rifugiati rimase aperto. Nel marzo 1949, gli israeliani arrivarono fino al Mar Rosso, dove avrebbero costruito il porto di Eilat.  

Israele firmò nel 1949 armistizi separati, il 24 febbraio con l’Egitto, il 23 marzo con il Libano, il 3 aprile con la Transgiordania e il 20 luglio con la Siria. I confini di Israele occupavano ora un territorio 50% più grande della prima proposta dell’ONU, tracciati lungo le linee del “cessate il fuoco” che furono definiti come “Linea Verde”. La striscia di Gaza e la Cisgiordania furono lasciate rispettivamente a Egitto e Transgiordania. Questa mantenne il controllo di Gerusalemme Est e della Città Vecchia mentre gli ebrei controllavano la Città Nuova. I confini erano separati da una terra di nessuno. Le popolazioni arabe avevano subito le atrocità della guerra, terrorizzate dalle azioni spietate dell’esercito israeliano e delle truppe irregolari. Metà degli abitanti arabi, circa 700000, emigrarono o furono costretti ad abbandonare le loro case. Ci fu poi il flusso opposto di circa 800000 ebrei che lasciarono i paesi arabi per l’insorgere di forti sentimenti antiebraici. Nel 1950, il governo israeliano, presieduto da Ben Gurion, proclamò Gerusalemme Ovest Capitale di Israele e approvò la Legge del Ritorno estesa a tutti gli ebrei espulsi dai loro paesi di origine. La nuova immigrazione portò al raddoppio della popolazione nel nuovo stato.  

Nel 1952, un colpo di stato militare depose il sovrano d’Egitto, Faruq I, e il potere fu preso da Gamal Abd el-Nasser che ben presto si rese indipendente dall’Inghilterra nel controllo del Canale di Suez. Gli Inglesi interruppero aiuti e i finanziamenti per la costruzione della diga di Assuan. Nel 1956 Nasser nazionalizzò il Canale di Suez e lo chiuse al commercio di Israele, avvicinandosi politicamente all’URSS. A questo punto scoppiò la Crisi di Suez con l’intervento militare di Gran Bretagna e Francia per riprendere il controllo del Canale mentre Israele invadeva la Striscia di Gaza e la penisola del Sinai (Seconda Guerra arabo-israeliana). L’operazione si risolse in un nulla di fatto per la contemporanea invasione ungherese dell’URSS. Gli USA temettero un allargamento del conflitto e, di fronte alle minacce dell’URSS, costrinsero Gran Bretagna e Francia a ritirarsi e appoggiarono la forza d’interposizione dell’ONU che, nel maggio 1957, si schierò alla frontiera israeliana per pacificare l’area. La Crisi di Suez rafforzò la posizione di Nasser nel mondo arabo e accrebbe la tensione ai confini di Israele con i suoi vicini. Nel 1964, nasceva a Gerusalemme l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) il cui scopo era la liberazione della Palestina con la lotta armata.  
Nel maggio 1967, Nasser decise la fine della forza d’interposizione dell’ONU nella penisola del Sinai, inviò alla frontiera quasi 100000 uomini con i mezzi corazzati e chiuse agli Israeliani lo stretto di Tiran, tra Egitto e Arabia Saudita, all’uscita del golfo di Aqaba verso il Mar Rosso, per impedire il transito di materiali strategici. Israele, sentendosi minacciata, il mattino del 5 giugno 1967 sferrò un attacco aereo preventivo iniziando dall’Egitto e distruggendo a terra tutta la sua aviazione e le piste. Iniziò la Terza Guerra arabo-israeliana, o guerra dei sei giorni. Anche l’aviazione siriana subì la stessa sorte mentre le forze israeliane invadevano la striscia di Gaza e la penisola del Sinai. La Giordania (ex Transgiordania), che aveva firmato un trattato di mutua difesa con l’Egitto, intervenne bombardando Gerusalemme Ovest e Tel Aviv. Facendo alzare i suoi aerei, Israele distrusse i campi di atterraggio e gli aerei più moderni dei giordani. Le truppe corazzate israeliane entrarono in Cisgiordania.  
Il giorno dopo, 6 giugno, gli Israeliani avanzarono nel Sinai e, inferiori di numero ma meglio armati, costrinsero gli Egiziani a ritirarsi dietro il Canale di Suez. Contro i Giordani completarono l’accerchiamento di Gerusalemme, da sud con la fanteria e da nord con i paracadutisti.  
Il 7 giugno fu evidente la superiorità israeliana su tutti i fronti. I Giordani ripiegarono, la Città Vecchia di Gerusalemme fu occupata insieme alla Spianata delle Moschee e al Muro del Pianto. Il Governo giordano iniziò trattative per il cessate il fuoco. Gli Egiziani, in ritirata dalla costa, furono bloccati dagli Israeliani arrivati al Canale. Sul fronte siriano l’aeronautica israeliana bombardò le postazioni siriane che minacciavano gli insediamenti dei kibbutz di confine. 
L’Egitto bloccò il transito del Canale di Suez affondando 15 navi e lo lascerà chiuso per otto anni. L’8 giugno, gli Egiziani in ritirata, che cercavano di forzare il blocco verso il Canale, subirono una dura disfatta e furono in maggioranza catturati, molti furono i dispersi nel deserto e gli Israeliani furono accusati di aver fucilato dei prigionieri. I paracadutisti israeliani occuparono Sharm el Sheik e riaprirono lo stretto di Tiran. A questo punto Nasser accettò la proposta dell’ONU del cessate il fuoco con l’adesione di Giordania e Siria. La sera il Governo israeliano discusse la necessità di dare il via alla conquista del Golan, aderendo alle richieste che venivano dagli abitanti dei kibbutz della frontiera continuamente bombardati dalle batterie siriane.  
Il 9 mattina partì l’offensiva degli Israeliani sul Golan dopo un pesante bombardamento. La conquista delle postazioni siriane fu difficile e costò molte perdite, ma fu completata, e il mattino del 10 i Siriani si ritirarono.  
Il 10 giugno, cessarono le ostilità e Israele rimase in possesso delle alture del Golan della Siria, di Gaza e del Sinai, fino al Canale di Suez, di Gerusalemme e della Cisgiordania, che la Giordania aveva conquistato nella guerra del 1948. Il ritiro dai territori occupati fu rifiutato da Israele e la conferenza della pace fu respinta dai paesi arabi. Le Nazioni Unite emisero la Risoluzione 242 che subordinava il ritiro israeliano a una pace “giusta e duratura fra le parti”. L’accordo mancò, e nessuno disarmò. Nel 1969 Nasser e la Siria, ripresero una guerra di logoramento sul Canale e sul Golan che ebbe come conseguenza il rafforzamento delle linee difensive Israeliane. Si ebbe anche un nuovo esodo di palestinesi da Israele e di Ebrei espulsi dai paesi arabi. Israele non concesse diritti politici ai palestinesi dei territori occupati e quelli di Gerusalemme furono considerati residenti permanenti e potevano partecipare solo alle elezioni locali.  
Si ebbero disordini in Giordania nei campi profughi palestinesi provenienti dalla Cisgiordania organizzati dall’OLP, che era guidato, dal 1969, da Yasser Arafat. La guerriglia, appoggiata dalla Siria, mirava a indebolire lo stato giordano. Il 16 settembre 1970, il re Hussein di Giordania dichiarò la legge marziale e le forze armate attaccarono le organizzazioni palestinesi ad Amman e nei campi profughi. Ne seguì il rastrellamento casa per casa con pesanti perdite dei guerriglieri e dei civili. Fu un insuccesso per l’OLP e i gruppi palestinesi furono espulsi dalla Giordania. A ricordo dei massacri nacque il movimento di Settembre Nero che si rifugiò in Siria. Nel 1969 Golda Meier divenne primo ministro di Israele e dovette affrontare alcune delle maggiori crisi internazionali di Israele. La prima fu il massacro a Monaco di Baviera degli atleti israeliani nel settembre 1972, durante le Olimpiadi estive. Otto terroristi dell’organizzazione di Settembre Nero fecero irruzione negli alloggi degli atleti israeliani, ne furono uccisi due e altri 9 presi in ostaggio e fu chiesta la liberazione di prigionieri palestinesi. La Meier non volle trattare e il tentativo di blitz finì male con la morte di tutti gli ostaggi e di 5 terroristi.  
Il presidente egiziano Nasser morì nel settembre 1970 e il suo successore, Anwar al-Sadat, cominciò a pensare a una rivincita per riacquistare la popolarità. Nel 1973, gli egiziani compirono nel Canale di Suez esercitazioni militari con grandi spiegamenti di forze. Gli Egiziani organizzarono un’altra settimana di esercitazioni poco prima della festa ebraica dello Yom Kippur (giorno dell’espiazione), che prevedeva, in Israele, l’arresto di tutte le attività commerciali e di comunicazione per 25 ore. Quell’anno la festa cadeva l’8 ottobre, durante il mese islamico del Ramadan. I servizi di spionaggio israeliani non erano in allarme, anche perché gli Egiziani aspettavano del materiale strategico dall’URSS.  

Il quarto conflitto arabo-israeliano, detto Guerra del Kippur, iniziò l’8 ottobre 1973 con l’Attraversamento del Canale da parte degli Egiziani. Avanzati per 15 km fino alle linee difensive israeliane, queste furono sopraffatte dal numero e solo la postazione più settentrionale resistette. Gli Egiziani si consolidarono, un contrattacco israeliano fallì e si creò uno stallo dopo che l’attacco delle riserve egiziane fu un fallimento. Il 15 ottobre gli Israeliani cambiarono strategia con un’azione di aggiramento. Attraversarono con la fanteria il Canale a nord scendendo poi verso sud e, isolando la terza Armata egiziana; con la protezione dell’aeronautica, arrivarono a circa 100 km dal Cairo.  
Sul fronte siriano gli Israeliani si trovavano con 180 carri contro i 1400 dei siriani. I Siriani s’impadronirono del Monte Hebron e gli Israeliani dovettero dare priorità a questo fronte, dove si minacciava uno sfondamento nel cuore della Galilea. Tutti i riservisti furono inviati a nord e, entro il 10 ottobre, le unità siriane erano state respinte oltre il confine iniziale. A questo punto il Comando israeliano, visto lo stallo sul Sinai, decise di spingere sul fronte siriano per acquisire un vantaggio a fine conflitto. Dall’11 al 14 ottobre, occuparono un’area di 50 kmq in territorio siriano e con l’artiglieria campale cominciarono a bombardare i sobborghi di Damasco, distante 40 km. I paesi arabi vollero dimostrare la loro solidarietà mandando degli aiuti in Siria e lo stesso fecero Giordania e Iraq. Vennero poi aiuti da Arabia Saudita e Kuwait, e anche da Marocco, Pakistan, Libia, Algeria e Tunisia. La reazione di tutti i paesi arabi contro Israele non modificò le sorti del conflitto, ma ebbe come conseguenza il blocco delle esportazioni di petrolio da parte dei paesi arabi dell’OPEC ai paesi occidentali. Il prezzo del petrolio salì vertiginosamente fino a tre volte.  
L’isolamento della Terza Armata egiziana impose il cessate il fuoco, che fu negoziato fra Stati Uniti e Unione Sovietica con l’intento di limitare il trionfo di Israele e salvare l’onore degli Egiziani. Gli Israeliani si ritirarono dall’Egitto, iniziarono negoziati fra Israele ed Egitto e fu riaperto il Canale di Suez. Il 19 novembre 1977 Sadat ebbe lo storico incontro con il nuovo primo ministro, Yitzhak Begin, al Parlamento israeliano (Knesset) in Gerusalemme. Seguirono nel 1978 gli accordi di pace di Camp David con cui Israele restituiva la penisola del Sinai e l’Egitto riconosceva lo Stato di Israele e si crearono normali rapporti diplomatici.  
Prima di questa fase di pacificazione, si deve ricordare l’episodio del dirottamento del volo Air France da Tel Aviv a Atene del 27 giugno 1976, compiuto da quattro terroristi del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e due tedeschi che fecero atterrare l’aereo a Bengasi per il rifornimento, poi ripartirono per Entebbe, Uganda, dove trovarono asilo presso il dittatore Amin. A loro si aggiunsero altri sostenitori, i dirottatori trattennero israeliani ed ebrei e il comandante dell’aereo e l’equipaggio, che non vollero lasciare i passeggeri, e rilasciarono gli altri. La richiesta fu la liberazione di 40 palestinesi detenuti da Israele e altri ancora. Israele non volle negoziare e preparò una missione di salvataggio con un piano accuratamente studiato. La sera del 4 luglio quattro C-130 Hercules e un aereo militare attrezzato come pronto soccorso, atterrarono all’aeroporto di Entebbe. Per creare un diversivo, fecero scendere una mercedes nera, simulando una visita di Amin, e si avvicinarono al Terminal, dove erano tenuti gli ostaggi. L’attacco fu improvviso e durò solo 30 minuti. Sei dirottatori furono uccisi, dei 103 ostaggi ne morirono 3, uno ucciso dagli israeliani e gli altri due dagli ugandesi nella reazione che seguì. L’unico morto israeliano fu il comandante israeliano Yoni Netanyahu, fratello del futuro primo ministro.  
Dopo le guerre arabo-israeliane, il Libano era diventato il rifugio di alcune centinaia di migliaia di palestinesi, che avevano lasciato le loro case in Israele e, riunite in campi profughi, avevano creato uno stato nel sud del Libano sostenuto da al-Fatah e spesso in lotta con le popolazioni cristiane maronite locali.  
Il 14 marzo 1978, l’esercito israeliano attraversò il confine libanese per respingere i miliziani palestinesi dell’OLP lontano dal confine. In sette giorni conquistarono una fascia di 10 km e questo provocò la fuga di alcune centinaia di migliaia di profughi. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU creò una Forza di Interposizione (UNIFIL), con partecipazione italiana, per assicurare la pace e garantire la sovranità del Libano. Questa si posizionò il 23 marzo. Tuttavia, ci furono ancora incidenti con l’esercito libanese e i terroristi.  
Il 6 ottobre 1981 Sadat fu ucciso da fondamentalisti islamici, ma il ritiro israeliano dal Sinai si completò come previsto nel 1983.  
Dopo un periodo di pace, nell’aprile del 1982, un attentato provocò l’inizio dei bombardamenti israeliani su una città libanese della costa, controllata dai palestinesi, seguiti da altri bombardamenti ai campi profughi e, il 6 giugno, iniziò l’invasione israeliana nel sud del Libano con lo scopo di respingere 40 km più a nord i guerriglieri dell’OLP e distruggere le postazioni siriane in Libano. Durante le operazioni anche Beirut fu bersagliata dalle artiglierie e gli Israeliani occuparono Beirut Ovest. Il 16 settembre la fazione libanese dei cristiano-falangisti, alleata degli israeliani, si rese responsabile del massacro nel campo profughi di Sabra e Shatila, che provocò la morte di circa 700 palestinesi.  
Nel 1985 Israele ritirò il grosso delle truppe e mantenne sotto controllo una fascia di sicurezza nel Libano meridionale. Una conseguenza fu il rafforzamento nel Libano del partito degli Hezbollah (Partito di Dio) sciita, sostenuto da Siria e Iran che in breve sostituì l’influenza dell’OLP.  
Nel maggio 1993, con la mediazione degli Stati Uniti, si pervenne a un Trattato di Pace fra Israele e Libano che non fu ratificato per l’opposizione della Siria.  
Dal 1987 al 1993, da Gaza alla Cisgiordania si propagò una rivolta (intifada) dei profughi palestinesi con scioperi, boicottaggi, barricate e una diffusa disobbedienza civile per il crescente senso di frustrazione degli abitanti che si vedevano progressivamente abbandonati da Egiziani e Giordani e si sentivano prigionieri nella propria terra. Ebbe inizio con fatti episodici in cui furono uccisi giovani palestinesi, che lanciavano sassi contro gli israeliani. La reazione delle forze di sicurezza israeliane fu spesso dura e in questi sei anni furono uccisi più di 1000 palestinesi e gli israeliani morti furono 160. L’OLP e l’organizzazione radicale Hamas sostennero le comunità palestinesi.  
Con la fine della Guerra del Golfo (1991), provocata dall’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq di Saddam Hussein, e la conferenza di Madrid, che affrontò di nuovo i problemi del Medio Oriente, si arrivò agli Accordi di Oslo del 1993 fra Israele e l’OLP che misero fine all’intifada. Gli accordi furono preparati a Oslo in Norvegia e poi firmati a Washington il 13 settembre 1993 fra Yasser Arafat, per conto dell’OLP, Shimon Peres per lo Stato di Israele e il presidente americano Bill Clinton. Chiedevano il ritiro delle forze israeliane dalla striscia di Gaza e dalla Cisgiordania stabilendo il diritto dei palestinesi all’autogoverno e la creazione dell’Autorità Nazionale Palestinese. Si creò così un governo a interim palestinese di 5 anni durante i quali si sarebbero dovuti risolvere i problemi aperti. Cisgiordania e Striscia di Gaza sarebbero state divise in tre zone: Zona A sotto il controllo dell’Autorità Palestinese; Zona B sotto controllo civile palestinese e israeliano per la sicurezza; Zona C per le aree che comprendevano insediamenti israeliani con controllo israeliano eccetto che sui civili palestinesi. I Palestinesi avrebbero eletto i loro consigli e gli Israeliani si sarebbero ritirati dalla Striscia di Gaza e dalla zona di Gerico. Alla Knesset gli accordi furono approvati con voto di fiducia. Fra i Palestinesi ci fu la scissione fra Al-Fatah che approvò e Hamas che non riconosceva Israele. I sospetti e la sfiducia fra israeliani e palestinesi presto aumentarono quando, subito dopo la firma, i coloni israeliani accelerarono la creazione dei loro insediamenti e per lo stillicidio degli attacchi terroristici che continuarono.  
Nel 1994, fu firmato il Trattato di Pace fra il re Hussein di Giordania e Yitzhak Rabin con il riconoscimento di Israele. Il 4 novembre 1995 Rabin fu assassinato da un colono ebreo durante un comizio a Tel Aviv. Rabin fu sostituito da Shimon Peres che aveva promosso gli accordi di Oslo. Contro il governo crebbe l’opposizione della destra e dei coloni che aspiravano a espandere i loro insediamenti. Nel 1996 Peres autorizzò un bombardamento di rappresaglia nel Libano contro gli Hezbollah che provocò una strage di rifugiati ed ebbe una condanna dall’ONU. Nelle successive elezioni vinse la destra che elesse Benjamin Netanyahu sostenitore dei coloni. In questa nuova atmosfera i negoziati con i palestinesi si bloccarono. Nelle elezioni del 1999 vinse una coalizione con premier Ehud Barak che nel 2000 venne a Camp David per concludere gli accordi di pace del 1978 e definire lo status di Gerusalemme, ma l’accordo fallì per l’opposizione di Arafat.  
Il 28 settembre del 2000 esplose a Gerusalemme la seconda intifada provocata dalla visita, ritenuta provocatoria dai musulmani, di Ariel Sharon, capo della destra, al Monte del Tempio. La rivolta coinvolse la popolazione arabo-israeliana di Gerusalemme e poi si estese a tutti i territori con la ripresa degli attentati suicidi nelle città israeliane e fra i civili. Di fronte all’estendersi della rivolta, il governo si irrigidì e nel 2001 divenne primo ministro Ariel Sharon che mandò i carri armati in Cisgiordania e fece diverse incursioni a Gaza. Arafat, depresso e malato, rimase chiuso nel suo quartiere di Ramallah, perse il controllo di al-Fatah e morì nel 2004. Sharon fece costruire un muro fra i Territori Palestinesi e Israele, smantellò alcuni insediamenti nel 2005, e fece evacuare i coloni israeliani dalla Striscia di Gaza. Nel 2006, per una grave emorragia cerebrale, entrò in coma e fu sostituito da Ehud Olmert (morirà, ancora in coma, nel gennaio 2014 all’età di 87 anni).  Un’altra crisi con il Libano scoppiò il 12 luglio 2006 dopo una serie di attacchi dei militari Hezbollah con lancio di razzi katyusha e colpi di mortaio e la cattura di militari israeliani al confine. Israele rispose con pesanti bombardamenti che danneggiarono anche l’aeroporto internazionale di Beirut per bloccare gli aiuti strategici agli Hezbollah. L’11 agosto, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite riuscì a far cessare le ostilità chiedendo il ritiro degli israeliani e l’allontanamento degli Hezbollah dal confine e disponendo lo spiegamento di soldati libanesi e della forza d’interposizione UNIFIL. Nella sua brevità, i danni della guerra alle infrastrutture del Libano e le perdite civili furono ingenti ma Israele, per la prima volta, dovette costatare l’aumentata capacità combattiva degli Hezbollah.  
Nel 2007 si completò la rottura fra Hamas e il movimento più moderato di al-Fatah, ora guidato da Abu Mazen, successore di Arafat, che aprì negoziati bilaterali con il governo Olmert. Nella Striscia di Gaza di 360 kmq, ormai con 1,5 milioni di palestinesi e senza risorse, la situazione diventava sempre più esplosiva. Nel giugno 2006, un gruppo della guerriglia, in un’azione fuori confine, catturava un militare israeliano, Gilad Shalit, e lo sequestrava (sarà liberato solo nell'ottobre 2011 dopo più di 5 anni). Le elezioni della nuova amministrazione favorirono il partito di Hamas che continuava a non riconoscere Israele e alla fine del 2008, quando iniziò il lancio di razzi contro Israele, il governo israeliano lanciò un attacco alle postazioni di Hamas e invase la Striscia. Il 18 gennaio 2009, ambedue le parti dichiararono il cessate il fuoco, ma Israele chiuse le frontiere della Striscia iniziando un blocco esteso anche sul lato del mare.  
Nel 2009, negli Usa fu eletta la nuova amministrazione Obama e in Israele fu nominato primo ministro Benjamin Netanyahu del partito conservatore Likud. Le prospettive non mostrano segni di svolta.  

Israele ormai è nato come nazione ed è inutile ogni recriminazione. Si deve però riconoscere che alle origini di Israele è stata la cattiva coscienza delle nazioni europee nei riguardi degli ebrei. Questo senso di colpa ha spinto per prima l’Inghilterra a proporre la Palestina come stato ebraico con la Dichiarazione di Balfour del 1917, e a favorire l’immigrazione di massa delle comunità ebraiche organizzate dal movimento sionista. Per reazione ha suscitato l’intransigenza nazionalistica degli arabo-palestinesi e di tutto il mondo arabo. Violenze e guerra sono state inevitabili, ma la storia insegna che i confini delle nazioni sono stati sempre stabiliti dalle guerre o dai trattati di pace dopo le guerre e Israele ha conquistato i suoi. Sono rimaste le ferite umane nelle minoranze etniche e i guasti agli equilibri politici nelle nazioni confinanti e vicine. Questo lascerà aperta per il futuro solo la possibilità di un’altra guerra o il permanere del boicottaggio economico e politico, finché le parti continueranno a sostenere soluzioni senza compromessi. 

 


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